“Assedio marittimo”. E’ questa la denuncia del regime di Muammar Gheddafi nei confronti della Nato, dopo la distruzione di otto navi da guerra lealiste durante una serie di raid aerei notturni compiuti ieri dall’Alleanza sui porti di Tripoli, Homs e Sirte. “Le navi distrutte appartengono ai guardacoste libici e non superano i 50 metri di lunghezza”, ha dichiarato il comandante Omran Al Ferjani, capo dei guardacoste, durante una conferenza stampa. Tra le imbarcazioni, solo una sarebbe un fregata di un centinaio di metri appartenente alla marina libica: si trovava nel porto di Tripoli per manutenzione, ha spiegato Al Ferjan, definendo “folle” l’attacco dell’Alleanza. Secondo il comandante, nessuna nave aveva più lasciato il porto dal 25 marzo, “data in cui avevamo ricevuto una notifica della Nato che ci vietava di navigare anche in acque territoriali”. Il regime libico ha inoltre accusato la coalizione internazionale di aver “provocato una crisi umanitaria”: colpire il porto commerciale di Tripoli, infatti, avrebbe impedito l’arrivo degli aiuti per i cittadini. “Vista l’escalation nell’uso della forza navale – aveva affermato ieri l’ammiraglio Russell Harding a proposito dell’attacco – la Nato non ha avuto altra scelta che passare ad un’azione di forza per proteggere la popolazione civile della Libia e le forze marittime dell’Alleanza”.

Nell’ambito delle operazioni diplomatiche, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov incontrerà lunedì a Mosca un rappresentante degli insorti libici. Nei giorni scorsi il ministro – sempre molto critico riguardo alle operazioni militari della coalizione internazionale – si era detto pronto a incontrare i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. La visita arriverà dopo quella di mercoledì scorso degli emissari del rais, a cui il governo russo ha chiesto di applicare la risoluzione dell’Onu che prevede, fra l’altro, di porre fine alle violenze contro i civili.

Ma gli attacchi del rais proseguono anche via terra. Secondo quanto rivela alla Cnn Haji Usama, ex generale del regime passato agli insorti, negli ultimi due giorni le forze del Colonnello hanno lanciato a Zintan, roccaforte dei ribelli nelle zone montagnose della Libia occidentale, la più forte offensiva finora sferrata. Gli scontri sono iniziati giovedì e sono andati avanti fino alla notte scorsa, quando i lealisti hanno continuano a sparare in città. Usama ritiene che l’intervento delle truppe di Tripoli sia mirato a intimidire gli abitanti del centro in mano ai ribelli, invitandoli ad andarsene. “Alcuni di loro lo hanno fatto – ammette l’ex generale -, ma altri sono rimasti, decisi a combattere per la loro libertà”.

I ribelli hanno intanto liberato i quattro cittadini francesi, dipendenti di una società privata di sicurezza, arrestati a Bengasi con l’accusa di “attività illecite contro la sicurezza della Libia libera”. I quattro erano stati trattenuti l’11 maggio scorso perché sospettati di spionaggio. La liberazione è stata annunciata dal ministero degli Esteri di Parigi secondo cui, come preannunciato ieri dal Consiglio Nazionale Transitorio, i cittadini francesi sono stati espulsi dalla Cirenaica e “condotti in Egitto”, dove “sono stati presi in consegna dalle nostre autorità consolari”. Restano invece prigionieri degli insorti un centinaio di uomini fedeli a Gheddafi, detenuti in un liceo di Misurata trasformato in carcere. Secondo quanto riferisce un religioso locale che si occupa della prigione, Abdul Hafid Abu Grain, i ribelli avrtebbero deciso di tenere gli uomini in prigione più per proteggerli da eventuali vendette degli abitanti che per impedirne la fuga. In ogni classe della struttura a due piani si trovano 20 detenuti che, racconta il religioso, dormono su materassi stesi a terra e consultano testi religiosi. Sono trattati bene, garantisce Abu Grain, “diamo loro lo stesso cibo che mangiamo noi”. Perché “sono nostri fratelli e nostri figli – aggiunge – Non sono nati come nemici”. “Gheddafi ha nascosto loro la verità”, conclude il religioso.

Ma le violenze dilagano anche tra i civili. Una folla di cittadini libici armati con pistole ed un coltello ha attaccato un bus navetta di un hotel che trasportava tre giornalisti stranieri all’ingresso della città di Zuara, a 100 chilometri ad ovest di Tripoli. Un soldato ha sparato dei colpi in aria per disperdere la folla. Lo ha riferito Guy Desmond dell’agenzia Reuters, che si trovava a bordo del veicolo. Secondo quanto ha raccontato Desmond, il bus stava passando vicino ad un punto di controllo e ad un distributore di benzina dove decine di automobilisti erano in fila in attesa di fare rifornimento. Quando una giornalista della televisione cinese ‘Phoenix Tv’ ha estratto una telecamera per filmare la scena, una folla si è avvicinata al mezzo, ha aperto le porte a calci e si è introdotta dentro il bus. Almeno tre persone, armate con delle pistole ed un coltello, hanno minacciato i giornalisti chiedendo le loro nazionalità e i nomi delle testate per cui lavorano. Intanto una cinquantina di uomini ha circondato il mezzo, tentando di saccheggiarlo e bucando le gomme. “E’ stata come un’esplosione di collera”, ha raccontato Desmond. Alla base dell’aggressione starebbero la scarsità di carburante, i bombardamenti della Nato e la campagna dei media governativi che accusano i giornalisti stranieri di diffondere notizie false, accrescendo la tensione tra la gente.