Ancora mi ricordo un episodio avvenuto in una delle mie prime esperienze di vacanza senza genitori, in un campeggio con gli amici. Un ragazzino esce dalla tenda di fronte alla nostra, ci scambiamo un cenno di saluto non sapendo in che lingua comunicare, ma appena lui capisce che siamo italiani scandisce deciso: “Italiani mafia!” e se ne va.

Allora non ci fece né caldo e né freddo, avevamo tante altre cose cui pensare e, come si dice, la vita davanti. Sono passati più di vent’anni e ho l’impressione che si sia ulteriormente rinforzato il cliché dell’italianità mafiosa o della mafiosità italiana, immortalato efficacemente già nel 1977 dalla copertina di Der Spiegel con il piatto di spaghetti con pistola al posto del sugo.

La nomina di Saverio Romano a Ministro non potrà che rinforzare questa immagine negativa, con buona pace di chi ritiene che il vero problema siano i film tipo Il padrino.

Sia ben chiaro: non c’entra nulla la presunzione di innocenza e il risultato finale dei processi giudiziari. Il solo fatto che ci siano delle accuse gravi e giudicate non del tutto infondate dovrebbe essere, a mio avviso, condizione sufficiente per la non eleggibilità a cariche pubbliche di quel livello (perlomeno in termini di opportunità politica). E questo è tanto più vero in un Paese come l’Italia, in cui la contaminazione da parte della mafia degli apparati politici (e della società in senso lato) resta tutta da spiegare, da raccontare e da giudicare.

Sia ben chiara anche un’altra cosa: come per il conflitto di interessi, non è necessario che si verifichi materialmente un vantaggio indebito; basta e avanza la possibilità che esso si verifichi. Libri come “Il Patto” e “L’agenda nera della seconda Repubblica“, editi da Chiarelettere, ben evidenziano che in Italia una serie di fatti degli ultimi vent’anni, se messi in fila e guardati nel loro insieme, aprono la porta ad ipotesi sconcertanti. Ora, io sono abbastanza pessimista da pensare che queste ipotesi non soltanto non saranno mai dimostrate in giudizio, ma nemmeno mai confutate. Rimarranno una zona grigia, come tante altre nella storia italiana recente. Ma in questo scenario nominare Romano equivale piuttosto a supportarle – ripeto, a prescindere dalla veridicità delle accuse.

Perché allora sembriamo fare di tutto per rinforzare l’immagine di paese mafioso? Una parte della risposta, anch’essa inquietante, l’ho letta nell’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’appello di Caltanissetta, sulla legge del cosiddetto “processo breve” alla commissione Giustizia della Camera il 22 febbraio scorso (vedi Il Fatto del 6 marzo): “Esiste dunque un’ampia parte del Paese trasversale ai ceti sociali che non nutre alcun interesse per una giustizia rapida ed efficiente, ma al contrario ha interesse a una giustizia inefficiente. Questo dato criminologico e sociologico deve costituire un’imprescindibile piattaforma di riflessione per il legislatore, per comprendere, muovendo dalla realtà, che talune patologie del processo come la sua irragionevole durata sono anche un riflesso di gravi patologie socioculturali e non soltanto effetti di deficit organizzativi o di improvvide architetture normative.”

Io non sento nessuna appartenenza a questa “ampia parte del Paese” e mi sconforta pensare che, se ha ragione Scarpinato, il legislatore – espressione proprio di questa “ampia parte del Paese” – non avrà nessun interesse a comprendere le patologie del processo, e tanto meno a risolverle.

Insomma, certe notizie mi danno la fastidiosa sensazione che noi italiani onesti siamo una minoranza non adeguatamente rappresentata in Parlamento. Non sto dicendo che la maggioranza dei miei concittadini sia disonesta e/o mafiosa; però sembra che abbia abbandonato la pretesa (o piuttosto il diritto) alla legalità, al rispetto delle leggi in sostanza e anche in apparenza.

A meno che non abbia ragione il buon Totò Riina: “Queste cose sono invenzioni che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia“.

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