Per fortuna del governo, in fin dei conti, c’è sempre la “benedetta” crisi. Da circa un anno per i conti pubblici europei, da almeno un decennio per il sistema economico italiano. Ma anche, se non soprattutto, da qualche mese a questa parte per quel che resta dell’ex maggioranza più ampia di tutti i tempi nella storia repubblicana. Il leitmotiv è ormai noto: puntare sulle necessità contingenti per distrarre il dibattito da qualcosa di altrettanto contingente. Le vicende giudiziarie del premier. Dall’appello al dialogo lanciato sulle colonne del Corsera e ritirato a distanza di mezza giornata fino alle dichiarazioni rilasciate ieri sera da un nervosissimo Sacconi nel corso della diretta di Ballarò (caduta del governo = declassamento e deficit alle stelle). Passando, s’intende, per l’intervista assist concessa da Berlusconi al Tg1 la scorsa settimana. Obiettivo crescita e richiamo alla responsabilità, insomma, come strumento per gettare fumo negli occhi offuscando, per quanto possibile, ciò che apparirebbe evidente anche a un palmo di distanza. E’ tutto qui, in fondo, il vero significato dei lavori odierni del Consiglio dei ministri che aprono la strada alla discussione delle riforme a sostegno della crescita. Un problema reale in un contesto sempre più irreale.

Si parte col piatto forte, almeno nel suo significato simbolico. Il Ddl costituzionale per la riforma degli articoli 97, 118 e, soprattutto, 41 della Costituzione – quello sulla libera iniziativa economica – come punto di partenza per la discussione sul “pacchetto crescita”. In agenda anche lo sblocco degli incentivi e il decreto sulla concorrenza. Oltre, in seguito, al piano casa, ai fondi per il Mezzogiorno e altro ancora, in una sorta di maxi polverone dai contorni ancora poco chiari. La riformulazione dell’articolo 41 dovrebbe sancire il principio generale del “tutto è permesso quando non espressamente vietato dalla legge”. Un significato che emerge nella nuova versione dell’articolo – «L’attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, con gli altri principi fondamentali della Costituzione o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» – e il cui effettivo potenziale resta condizionato alle regole attuative e alle leggi ordinarie che ad esso si ispireranno e che, ovviamente, sono ancora lontane.

Per ora, si dice, l’unico effetto noto consisterebbe nella significativa riduzione dei controlli “ex ante” rispetto alla costituzione di nuove imprese. Tradotto: possibilità di avviare un’attività sulla fiducia prima che gli organi competenti verifichino ad esempio l’effettivo rispetto dei requisiti di legge sulle condizioni igieniche o la sicurezza sul lavoro. Un principio già di per sé «pericoloso» secondo il responsabile economia del Pd Stefano Fassina che sul progetto di revisione costituzionale rincara la dose. «Evidentemente siamo alla propaganda – dichiara – visto che una modifica dell’articolo 41 non ha nessun senso in termini di impatto sull’operatività delle imprese. Faccio notare che la Corte Costituzionale non ha mai bocciato alcuna legge in materia economica richiamandosi a quell’articolo». Come dire, ed è questa la posizione del Pd, che gli ostacoli alla crescita non si trovano nella carta costituzionale e la rimozione di questi, va da sé, non passa per la sua revisione.

Eppure, e questo non va dimenticato, la riforma dell’articolo 41 (per ora solo sulla carta visto che per una vera revisione costituzionale servono numeri più ampi che la maggioranza oggi non ha) rappresenta un inizio, se non altro in senso ideologico ovvero, in altri termini, nel senso preferito del governo. Nella revisione del testo c’è tutta la retorica pro impresa che, spera il governo, dovrebbe fare breccia nel cuore della Confindustria. Non è un mistero che i rapporti tra l’esecutivo e gli industriali non siano ancora stati ricuciti. La fiducia di Emma Marcegaglia si è ridotta con l’andare del tempo fino all’incidente diplomatico rivelato dalle intercettazioni delle telefonate tra il vicedirettore de Il Giornale Nicola Porro e l’ex portavoce della numero uno di Confindustria Rinaldo Arpisella. L’intervento provvidenziale di Fedele Confalonieri, come noto, evitò allora che la situazione precipitasse. Ma adesso, per convincere la grande impresa, ci vuole ben altro.

«Chiediamo iniziative concrete, che finora non sono state fatte» ha ricordato Emma richiamando il governo alle sue responsabilità. Sul tavolo ci sono ovviamente le liberalizzazioni e gli incentivi fiscali ma anche lo sblocco degli 11,5 miliardi stanziati dal Cipe per le opere infrastrutturali. Ad oggi ne sono partiti circa un decimo. Quanto ai crediti di imposta si parla del 2012, non certo di un orizzonte immediato. Insomma, la Confindustria non arretra di un passo e di questo il governo è consapevole. Ma proprio per questo, probabilmente, l’offensiva del governo sulla crescita appare ora come un tentativo disperato di conquistarsi la fiducia di Emma e dei suoi per le prossime elezioni. Tracciare la strada, insomma, per riforme più significative nella speranza che questo basti a convincere la Confindustria a dare fiducia al binomio Lega-Pdl.

Nell’attesa, ovviamente, resta evidente l’ormai scontato problema della coperta troppo corta del quoziente debito/Pil. La crescita del divario tra questi ultimi, si fonda tanto sul circolo vizioso di emissioni sempre più care per i titoli pubblici, quanto sulla cronica stagnazione dell’economia nazionale. Negli ultimi dieci anni, ha ricordato l’ultima elaborazione dei dati Fmi da parte della rivista Global Finance, quella italiana è stata la quarta l’economia più stagnante del Pianeta (meno di noi sono cresciute solo quelle di Eritrea, Haiti e Zimbabwe). Le previsione di Bankitalia per il 2011 ipotizzano una crescita del Pil pari all’1,1%, contro una media per l’area euro prevista all’1,5.