Sono appena tornata da un bell’incontro pubblico con la comunità italiana di Londra, fatta da studenti, lavoratori e cervelli in fuga da una nazione fondata sulla perversione. Persone di cui l’Inghilterra sta beneficiando e che molti qui lasciano partire tirando un sospiro di sollievo: “Un disoccupato in meno”. Il mio primo pensiero oggi è dedicato ad un amico che ha avuto il coraggio di rimanere nella sua terra, di resistere alla cappa culturale del suo paese per difendere quella Sicilia che amava più di ogni altra cosa. Giuseppe Gatì è una persona che oggi mi manca, ma che manca soprattutto a questa regione. Oggi ci rimane il suo ricordo, la sua voglia di lottare per una Sicilia ed un’Italia libere.

Ho conosciuto Giuseppe a Palermo, alla presentazione di un libro di Marco Travaglio, e sono stata subito conquistata dal suo sguardo pulito e fiero, dalla sua voglia di reagire, di fare qualcosa di concreto. Da quel momento è nata un’amicizia che ancora oggi sento dentro come allora. Lo vedevo spuntare tra la folla agli incontri in giro per la Sicilia, sempre. Giuseppe, poco più che ventenne, non si faceva fermare dai chilometri nè dalla sua vecchia auto traballante. Niente poteva vincere sul suo entusiasmo, per questo Giuseppe rappresenta uno di quei rari esempi che non potevamo permetterci di perdere.

Sono passati esattamente due anni da quel terribile 31 gennaio 2009, quando mi giunse la notizia che Giuseppe non c’era più. Era morto sul lavoro. Era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. Una morte assolutamente evitabile per un giovane che avrebbe potuto fare tanto per la Sicilia, più di quanto, in soli vent’anni, era riuscito ad insegnare ai suoi amici e a quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Non potrò mai dimenticare la sua telefonata dopo la contestazione a Vittorio Sgarbi. Era spaventato, agitato perchè era stato rinchiuso in una stanza per ore, intimidito e strattonato da uomini della Polizia Municipale e sedicenti poliziotti in borghese per aver osato urlare in faccia a Sgarbi: “Pregiudicato! Viva Caselli, viva il pool antimafia!”. Cercai in tutti i modi di calmarlo e restammo tutta la notte a parlare perchè attendevo che mi inviasse il video della contestazione. Nonostante la paura, però, Giuseppe la contestazione l’aveva fatta. Oggi, dopo due anni, il pregiudicato Vittorio Sgarbi si sbraccia e protesta perchè lo Stato non lo protegge (ma da chi?), e Giuseppe invece non ha più la possibilità di protestare. Dobbiamo farlo noi, anche per lui.

La sua storia mi porta sempre a fare una riflessione. Non condivido l’idea semplicistica che i giovani siano il futuro: i giovani sono e devono essere il presente. E’ oggi, adesso, che devono alzare la testa e reagire ai soprusi e alle prevaricazioni. Oggi devono difendere i propri diritti e le proprie aspirazioni.

“E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci. Questa è la mia terra ed io la difendo. E tu?. Questo diceva Giuseppe.

In questo giorno, quindi, il mio appello è rivolto a tutti quei ragazzi che ne condividono le idee e i principi: non fermatevi al ricordo fine a se stesso, onorate la sua memoria perseguendo degli obiettivi. Lottate in suo nome per i vostri diritti. Solo così la morte ingiusta e crudele di Giuseppe, piccolo grande combattente, potrà avere davvero un senso.