IL CAIRO – “Vedi questa? C’è scritto USA. Gli americani parlano, parlano e poi vendono le armi a Mubarak per ucciderci”. Davanti ad una videocamera, Jamal, un ragazzino di 15 anni sfoga tutta la sua rabbia. In mano ha un bozzolo di fucile rosso con la testa grigia. È esploso, ma la scritta bianca è ancora bene impressa: “Made in USA”.

Il quinto giorno di protesta, ieri al Cairo, era iniziato in modo pacifico. Nella notte la Polizia aveva abbandonato le strade, lasciando il posto all’Esercito. Una richiesta, questa, arrivata proprio dai manifestanti. I giovani, che da tutte le grandi arterie affluivano verso Piazza Tharir, scandivano slogan contro il Raìs: “Elshab yoread isqat el-Raìs”, il popolo vuole che il Raìs vada via. Qualcuno prendeva a scarpate una gigantografia di Mubarak. Circondata da blindati e carro armati, la piazza è andata riempiendosi fin dalle prime ore del mattino. Mohammed, egiziano, 26 anni e un italiano fluente, sventola la bandiera nazionale. “Se il dittatore pensa che facendo un nuovo governo ha chiuso i conti con gli egiziani, si sbaglia. Deve andarsene, dopo 30 anni deve andare via, con tutti i suoi figli”.

Una giovane ragazza con il velo, che urla a squarciagola slogan contro il “presidente”, lancia pacchetti di biscotti al passaggio dei blindati, che lentamente cercano di aprirsi un varco tra la folla. Altri, regalano ai soldati bottiglie d’acqua e ogni genere alimentare. Dal 1985, l’esercito non è mai intervenuto contro i cittadini. Così si spiega il motivo di tanta dedizione alle Forze Armate. “Siamo noi che abbiamo voluto l’Esercito – dice un ragazzo – perché l’esercito ci protegge. Non sono come la Polizia. Hai visto venerdì cosa hanno fatto. Ci hanno picchiato per tutto il giorno. Mubarak ha ordinato che dovevano picchiarci. Questo è il nostro presidente. È solo un dittatore”.

Non c’è traccia della Polizia. Ma basta lasciare piazza Tahrir e avventurarsi nelle sporche vie laterali che portano a Falaky Square, per percepire la loro presenza. Uomini con la radiolina guardano minacciosi chi passa. Altri hanno bastoni di legno in mano. Un ragazzo mi consiglia di uscire dall’area. “Quelli – racconta – sono criminali assodati dalla Polizia per picchiare. Hanno bastoni. Gli stessi bastoni che usano i poliziotti.

Mentre nella piazza Tahrir migliaia di persone continuano a scandire slogan, le vie laterali a Falaky Square sono “prima linea”. La Polizia ha perso la pazienza e fa sul serio. Cominciano a fischiare i proiettili. Che da oggi non sono più di gomma. I manifestanti si fanno scudo con cartelloni divelti e pannelli di legno. Incendiano cumuli d’immondizia e lanciano sassi e molotov. Qualcuno tenta di distruggere la vetrata di un portone ma è subito fermato. “Questi – dice un giovane con la kefhia in faccia – sono criminali che vengono qui solo per distruggere negozi e prendere quello che c’è. Non hanno niente a che fare con la protesta”. Con il passare dei minuti i colpi di arma da fuoco si fanno sempre più insistenti. Spostarsi è difficile e un uomo, che fino a pochi minuti prima lanciava sassi nascosto dietro ad un cassonetto dell’immondizia, viene colpito al petto. Cade a terra. Alcuni giovani riescono a trascinarlo via dalla linea del fuoco tirandolo per le gambe. Ma è già morto. Sanguinante, viene caricato su una barella di fortuna e portato via.

Il suo corpo finisce nella moschea vicina, trasformata per l’occasione in ospedale. Accanto a lui, come ad attenderlo, c’è già il cadavere di un’altra persona. In meno di un’ora nel luogo sacro arrivano una ventina di feriti. Alcuni soffocati dal gas, altri colpiti da proiettili. Il sangue è ovunque. Per terra, sulle pareti. Molte persone iniziano ad urlare contro giornalisti e fotografi. La situazione si fa tesa e tutti devono uscire.

Con il calare del sole la stampa si ritira. I cellulari, se pure non al meglio, sono tornati a funzionare. Da tre giorni, di internet non c’è traccia. L’unico modo per spedire è la connessione satellitare. Nel quartiere di Midan El Missaha ci sono uomini armati di bastoni e machete. Un ragazzo, mentre il taxi cerca di passare lo schieramento, mi mostra dal finestrino chiuso la pistola. Sono criminali comuni, usciti dalle caserme della Polizia quando i manifestanti le hanno bruciate. I portinai dei palazzi sono barricati dentro e hanno spranghe di ferro sempre a portata di mano. In lontananza si vedono colonne di fumo alzarsi. Alcuni, tra cui il Palazzo del Partito al governo, bruciano da due giorni. Il Cairo è nel caos.

Andrea Bernardi