L’Egitto in fiamme avrà un nuovo governo. E’ stato il presidente, Hosni Mubarak, ad annunciarlo al termine di una giornata segnata da pesantissimi scntri, che hanno avvicinato il Paese nordafricano a una fase rivoluzionaria. “Cari cittadini, non vi parlo da presidente ma da egiziano”, ha esordito Mubarak in un messaggio alla nazione rinviato di ora in ora, “ciò che è accaduto nei giorni scorsi”, ha aggiunto il rais difendendo l’operato delle forze di sicurezza, “ha insinuato nel cuore di ciascuno la paura del futuro e del caos. Non permetterò che ciò accada, mi assumo la responsabilità della sicurezza della nazione e dei nostri cittadini…Nessuna democrazia potrebbe esservi se vi sarà il caos”. Nel quarto giorno delle proteste, il venerdì della rabbia, la guerriglia è scoppiata in tutto il Paese: 20 persone sono morte (cinque al Cairo, dudue a mansura, nel Delta del Nilo, e 13 a Suez), almeno 410 persone sono rimaste ferite, molti con colpi d’arma da fuoco, nella sola capitale. Il regime ha imposto il coprifuoco in tutto il Paese e il rais ha chiesto all’esercito di affiancare la polizia. I fatti hanno confermato che la rabbia popolare e’ esplosa davvero, ancora piu’ di quanto non fosse avvenuto nei giorni precedenti.

Intanto sale la preoccupazione internazionale. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, chiede alle autorità dell’Egitto di “rispettare la libertà di espressione ed associazione” e ha rivolto un appello a tutte le parti di evitare il ricorso alla violenza. Gli Stati Uniti sollecitano, attraverso le parole del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, il governo egiziano ad “affrontare immediatamente le rimostranze del tutto legittime” degli egiziani. “La violenza non è la risposta” a queste rimostranze, ha aggiunto il portavoce, ricalcando le parole pronunciate poco prima dal segretario di stato, Hillary Clinton, ribadendo “la forte preoccupazione” di Washington per quanto sta accadendo.

Secondo il capo della diplomazia Ue Catherine Ashton, “il continuo uso della forza contro i dimostranti da parte della polizia e le forze di sicurezza è molto preoccupante. Per evitare un ulteriore deterioramento della situazione in Cairo e in Egitto, ed altre vittime, ribadisco il mio appello a tutte le parti ad esercitare moderazione e calma, e chiedo urgentemente alle autorità di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i dimostranti pacifici che sono stati imprigionati”. Sulla situazione in Egitto è intervenuta anche la Farnesina, che ha chiesto “il rispetto delle libertà civili, di espressione e comunicazione incluso il diritto allo svolgimento di manifestazioni pacifiche”.

Per neutralizzare la capacità dei manifestanti di organizzarsi e riorganizzarsi a seconda dello schieramento delle forze di polizia, è stato disattivato questa mattina il servizio internet in tutto l’Egitto. Anche la rete dei cellulari non è più attiva. In prima mattinata era stato disattivato il servizio sms e ora non c’è più copertura di rete. Anche a Vodafone è stato chiesto di sospendere la copertura.

Sebbene il governo del presidente Hosni Mubarak abbia sempre negato di aver bloccato social network quali Facebook o Twitter e altri siti, sostenendo invece di avere pieno rispetto della libertà di espressione, l’oscuramento della Rete sembra palesemente mirato a evitare il passaparola on-line. In mattinata comunque proprio su Facebook era almeno a tratti disponibile una pagina dove compariva un elenco di oltre trenta luoghi di culto, tra moschee e chiese, selezionati come punti di raduno dei dimostranti. “I musulmani e i cristiani d’Egitto usciranno nelle strade per combattere contro la corruzione, la disoccupazione, l’oppressione e l’assenza di liberta’!”, ammoniva un proclama pubblicato sul sito, secondo cui in poche ore si erano già registrate più di settantamila adesioni alle iniziative anti-governative. Il pugno di ferro adottato dal regime, che per la giornata odierna ha avvertito si ricorrerà anche a “provvedimenti risoluti” pur di mantenere l’ordine pubblico, sembra insomma essere riuscito nell’impresa quasi miracolosa di ricompattare le due principali comunità religiose del Paese, maggioranza islamica e minoranza copta, permettendo loro di superare le ataviche divisioni, di recente ulteriormente acuite dai continui episodi di persecuzione anti-cristiana, culminati nella strage di Capodanno davanti alla Chiesa dei Due Santi ad Alessandria d’Egitto.