di Ruggero Galtarossa*

Spesso mi trovo a parlare con un compagno italiano della facoltà di Giornalismo alla City University London. Si parla di futuro, si parla di Berlusconi, si parla di tante cose. Amareggiato devo tacere alle sue parole: “Io non tornerò”. Quante volte le ho sentite, e quante volte ne sono stato attratto. Eppure qualcosa mi spinge a resistere, a credere ancora che un giorno io tornerò.

La mia avventura a Londra nasce in un’aula dell’Università degli Studi di Padova. E’ Ottobre, la prima lezione del primo anno di Giurisprudenza. Non conosco nessuno eppure un certo entusiasmo tra i miei vicini mi colpisce fin da subito. Cala il silenzio quando il professore entra in aula. Non sappiamo il suo nome, lui non si presenta. Ci sommerge con volumi e volumi della “disciplina”, senza pietà, senza un attimo di pausa. La lezione termina, il professore cerca di evitare le domande di un paio di studenti disorientati. Poi trecento persone si alzano pigramente ed escono dall’aula in silenzio. Ha così inizio la processione di quelli che per cinque anni non saranno altro che numeri sul registro di un professore.

Io me ne sono andato perché non avevo scelta: in Italia non esistono facoltà di Giornalismo. Non avevo idea di quello che avrei trovato qui a Londra. Una volta iniziati i corsi, però, è stato subito chiaro perché così tanti compagni italiani decidono di emigrare. L’ho capito da una e-mail. Mi viene consegnata la timetable del trimestre e mi ritrovo smarrito in un sistema che non conosco. Mi perdo tra un marasma di lectures, tutorials e seminars. Mi sento un alieno. Scrivo una e-mail al mio personal tutor. Penso che per il resto del giorno mi dovrò arrangiare. “Se devi aspettare la risposta di un professore fai prima a laurearti”, scherzano (neanche troppo) gli universitari padovani davanti ad uno spritz. Invece lui mi risponde dopo cinque minuti. Mi spiega che in Inghilterra l’università non è solo lectures (le lezioni all’italiana con trecento studenti e un professore che parla, per intenderci) ma anche tutorials e seminars (piccoli laboratori in cui, con l’aiuto di un tutor, si discute la lecture). Mi scrive anche di non chiamarlo professor, non ce n’è bisogno. “Chiamami John”, mi scrive.

Ecco, quando sento quelle amarissime parole, “Io non tornerò”, mi viene da pensare a tutto questo. Come posso biasimare chi fugge? Poi però penso anche all’Italia. Penso al nostro grande passato, alla bellezza della nostra lingua e dei nostri dialetti, alla nostra cultura. Penso anche alla carbonara di mia mamma. Penso a come tutto il buono che c’è in Italia oggi venga negato da un pugno di individui avidi di potere. Ed è per questo che io chiedo ai miei colleghi italiani: non vi piange il cuore a vedere la vostra patria in queste condizioni? Non vi sentite morire ogni volta che uno straniero ride alla parola “Italiano”? Non siete stanchi di vergognarvi di essere italiani? Le cose possono cambiare, ma dobbiamo volerlo. Io un giorno tornerò. E tu?

* Studente di Giornalismo e Sociologia alla City University London
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