La “questua” di Silvio Berlusconi contro i magistrati di Milano ha avuto ripercussioni sul Consiglio superiore della magistratura. Questa mattina, dopo trattative tra i consiglieri togati e di centrosinistra da una parte e quelli in quota Pdl e Lega dall’altra, l’unica cosa che si è riusciti a ottenere è che il voto già previsto per ieri sul documento a tutela del pm di Milano Fabio De Pasquale (accusa ai processi Mills, Mediaset e Mediatrade), venisse rinviato al prossimo 9 febbraio quando i consiglieri laici di centrodestra hanno garantito che non faranno mancare il numero legale. In cambio però hanno avuto l’avvio di discussione nella competente seconda commissione sulla riforma delle pratiche a tutela.

Ieri sera infatti i cinque componenti laici in quota Pdl e Lega (Filiberto Palumbo, Matteo Brigandì, Nicolò Zanon, Bartolomeo Romano) hanno impedito al plenum la votazione della risoluzione, approvata dalla prima commissione la settimana scorsa, a favore del pm Fabio De Pasquale definito “famigerato”, dal premier nell’autunno scorso. I consiglieri di centro-destra dopo aver tentato, anche con il voto del procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, di rinviare la seduta, sono usciti dall’aula e hanno fatto mancare il numero legale. Una mossa che fino al giorno dell’avviso a comparire per Berlusconi, inviato dalla procura di Milano per concussione e prostituzione minorile, non era in previsione. Anzi, i consiglieri del centro-destra avevano assicurato che ci sarebbe stato il dibattito e la votazione e avevano anche preparato una relazione di minoranza, a firma Brigandì (Lega). Ieri, invece, la mossa dal sapore politico. Oggi ci sarà un altro plenum in cui probabilmente si ripeterà quanto accaduto ieri sera. Se sarà impedito il voto, che non è solo a tutela di De Pasquale ma dell’intera procura di Milano dopo le accuse di Berlusconi ai pm di esser “golpisti”, i consiglieri togati insieme a quelli di centro-sinistra dovrebbero emettere una dichiarazione congiunta che si rifà al documento a tutela della magistratura.

Tra i membri del Csm che ieri hanno cercato di spiegare l’importanza della cosiddetta pratica a tutela di fronte ad attacchi gravissimi del presidente del Consiglio c’è stato Paolo Carfì, ex presidente di sezione del tribunale di Milano che ha celebrato il processo Imi-Sir-lodo Mondadori. E’ un intervento in risposta anche alla relazione dei consiglieri di centro-destra.

Quanto alla legittimità dell’istituto mi riporto alle considerazioni compiutamente espresse in delibera anche attraverso puntuali richiami alla giurisprudenza costituzionale. Leggo però al punto c) della relazione di minoranza che l’istituto delle pratiche a tutela sarebbe illegittimo anche perché, tra i vari motivi: “Trattasi di iniziativa la cui approvazione è priva di qualunque apprezzabile conseguenza o efficacia giuridica se non quella – dannosa – di attirare l’attenzione dei mass-media e di gettare il Csm nel mezzo del perenne conflitto tra politica e giustizia”. E’ questa una obiezione che si sente fare spesso, negli ultimi tempi.

A seguire questo ragionamento, però, si giungerebbe  alla conclusione, nel paese delle verità rovesciate, che condotta dannosa è quella di chi (il Csm) cerca di tutelare la dignità di una delle istituzioni cardine di ogni moderna democrazia (la Magistratura) non quella di coloro che  quella istituzione quotidianamente da anni denigrano tentando di convincere l’opinione pubblica di vivere in un paese alla mercè di un potere – quello giudiziario – irresponsabile ed antidemocratico, composto da soggetti “geneticamente diversi”, “cancro della democrazia”, “membri di associazioni eversive”  fino all’odierno, ma non nuovo, “plotone di esecuzione” e via discorrendo. Con quale devastante prezzo per la dignità stessa non solo dell’ordine giudiziario nel suo complesso ma per l’idea stessa di Giustizia nel nostro paese , è davanti gli occhi e alla portata delle orecchie di ciascuno di noi.

Ma  qualche riga più oltre ancora si legge “…deliberare la tutela non ha alcun significato pratico di alcun genere se non riempire le pagine dei giornali …”. Come dire: siccome la eventuale presa di posizione del Csm non comporta alcun vantaggio di ordine pratico-economico né per l’istituzione né per il singolo, è perfettamente inutile (oltre che illegittimo) che il Csm se ne occupi. Una visione piuttosto mercantile della dignità della Magistratura (e con essa dell’ idea stessa di Giustizia) che personalmente non mi sento proprio di condividere.

E allora mi viene da pensare che forse occorre farlo questo mestiere per capire fino in fondo cosa significhi, per un qualsiasi Magistrato essere pubblicamente accusato di agire non per fini di giustizia ma per tutt’altri scopi , compresi i più turpi .

Magistrati che in silenzio e con scrupolo si limitano a fare il proprio dovere perché invito chiunque a ricordare un solo intervento in talk-show televisivi non solo del Dr. De Pasquale ma di qualunque altro magistrato abbia avuto al ventura , negli ultimi dieci anni, di doversi occupare di determinati procedimenti.

E’, quella di non agire per fini di giustizia, l’ accusa più grave e infamante che si possa fare a chi ha solennemente giurato di rimanere soggetto solamente alla legge e agire per questo solo supremo interesse. Un’accusa così grave che se fosse anche solo in parte provata  dovrebbe comportare l’immediata rimozione dall’ordine giudiziario di tutti gli eversori dell’ordine democratico, oltre ovviamente a tutte le altre conseguenze.

E non c’è difesa, perché come tutti giustamente ripetono, un magistrato parla solo attraverso atti e sentenze, anche perché se dovesse ricorrere ad una querela verrebbe con ogni probabilità immediatamente ricusato.

E allora chi, se non il CSM, custode del principio costituzionale di “autonomia e indipendenza della magistratura”, presieduto dal Capo dello Stato, è legittimato a intervenire per ripristinare – nei casi più eclatanti – la dignità violata non solo di quel Magistrato ma – attraverso esso – dell’intero ordine giudiziario?

Brevemente nel merito: si legge nella relazione di minoranza che “l’unica frase che deve essere presa in considerazione è: “un PM di Milano, un famigerato PM di Milano, De Pasquale, quello che disse a Cagliari ‘domani mattina ti libero’ e invece partì in vacanza e Cagliari si suicidò”.

Trattasi dell’evidente tentativo di restringere al massimo l’oggetto della pratica che – al contrario – riguarda l’ intera dichiarazione resa dall’ on.le Berlusconi il 3 Ottobre del 2010 ove il Dr. De Pasquale veniva additato alla pubblica opinione come “famigerato” elemento di punta di “forze interne alla magistratura che usano la giustizia a fini di lotta politica, che usano la giustizia per cercare di eliminare dalla vita politica un protagonista  che a loro non va bene e sono forze che hanno fatto patti con chi sta nella politica, a cui hanno garantito protezione…e ho citato a titolo di esempio…un PM di Milano , un famigerato PM di Milano…”.

Dunque: un PM “famigerato” anche perché facente parte di una associazione per delinquere composta da altri magistrati: questa è l’immagine della magistratura italiana che viene propalata alla pubblica opinione interna e internazionale.

Un’ultima brevissima considerazione. Mi ha stupito leggere nella relazione di minoranza  una frase di questo genere: “In ogni caso sicuramente un magistrato accusato di abuso di ufficio con la conseguenza della morte per tale abuso, nonché d’omicidio colposo, seppure archiviato, non si può dire che goda di buona fama”.  Devo dire che una affermazione di questo genere non fa onore alla fama di sincero garantista che accompagna il relatore cons. Brigandì che non può dimenticare il fatto che il Dr. De Pasquale è stato pienamente prosciolto, nel merito, da ogni addebito disciplinare e penale.

Credo che a distanza di sedici anni da quella tragica vicenda umana,  sia giunto il momento che essa sia avvolta dal dovuto rispetto e cessi di essere oggetto di palesi strumentalizzazioni a seconda degli interessi del momento.

Credo dunque che all’evidenza ricorrano tutti gli estremi per approvare una risoluzione a tutela della dignità, del prestigio e dell’indipendenza del Dr. De Pasquale e, con esso, della magistratura tutta.