Il governo ottiene la fiducia del Parlamento ma non riesce, almeno per ora, a replicare lo stesso risultato sul fronte dei mercati. Sarà che gli operatori non si convincono facilmente come fossero dei Polidori o dei Siliquini qualsiasi, sarà che i trader non mostrano particolare sensibilità di fronte alle rassicurazioni del premier. Sarà questo o altro, insomma, fatto sta che i segnali lanciati dal mercato nell’atteso day after sembrano più che mai eloquenti. Il collasso, per carità, resta ancora un’ipotesi lontana. Ma le prospettive finanziarie del Paese, almeno per i mesi a venire, appaiono poco incoraggianti.

I rendimenti dei bond sovrani, prima misura del rischio Paese, si mantengono sostanzialmente stabili con lo spread tra i decennali italiani e gli omologhi tedeschi ridotto di 7 punti base rispetto a ieri. Il divario si mantiene dunque elevato ma comunque inferiore rispetto al record negativo registrato nel lunedì nero di due settimane fa. Ma quella proveniente dal mercato obbligazionario, a ben vedere, resta per il momento l’unica notizia “non negativa”. Segnali poco edificanti vengono invece da Piazza Affari dove alla chiusura delle contrattazioni l’indice Ftse Mib ha segnato un calo di 1,44 punti percentuali, peggior risultato – Spagna esclusa, con l’Ibex sotto dell’1,5% – tra le principali piazze europee. Perdite più contenute nelle altre Borse del Continente con Francoforte che ha ceduto appena lo 0,16% contro il -0,58% di Parigi e il -0,15% di Londra.

A pesare sul ribasso italiano, ed è questa ad oggi la notizia più significativa, sono soprattutto i pessimi risultati dei titoli bancari. A fine giornata Unicredit ha bruciato 4,18 punti percentuali imitata nel suo trend negativo da Monte dei Paschi (-3,73%), Banco Popolare (-3,28%), Popolare di Milano (-2,83%), Intesa Sanpaolo (-2,83%), Mediobanca (-1,51%) e Ubi Banca (-2,76%). Un risultato che fa riflettere. Dall’inizio dell’anno il valore delle azioni dei principali istituti italiani è andato incontro a un forte ridimensionamento. Le banche della Penisola, si è sempre detto, hanno retto bene all’impatto della crisi subprime e vantano un’esposizione ridotta tanto ai titoli greci quanto a quelli irlandesi. Ma quello che da sempre è identificato come un importante elemento di forza del sistema italiano rischia prima o poi di entrare in crisi.

I mercati, insomma, stanno punendo le banche del Belpaese un po’ perché queste ultime, detenendo un’ingente quota di titoli di Stato italiani hanno legato almeno in parte il proprio destino a quello dei conti pubblici, un po’ perché i timori degli operatori sui contraccolpi di mercato dell’instabilità politica nazionale finiscono per condizionare negativamente il comparto finanziario del Paese.

Il nocciolo della questione, in fondo, è tutto qui. Se il governo fosse caduto la reazione dei mercati sarebbe stata, con ogni probabilità, decisamente più violenta. Ma la risicata vittoria di ieri, che consegna al Paese un esecutivo sorretto da uno scarto di appena 3 voti, non offre alcuna garanzia per il futuro. La verità è che nel pieno della crisi debitoria europea le regole del gioco sono cambiate e l’Italia non pare al momento in grado di adeguarsi. Ne sono convinti, oggi, gli osservatori italiani della banca giapponese Nomura che, in un documento di analisi, evidenziano le maggiori criticità della situazione attuale. L’instabilità politica non è una novità per l’Italia e i mercati, storicamente, se ne sono sempre fatti una ragione. Ma oggi, di fronte a un debito pubblico da record – la cui stabilizzazione a quota 120% del Pil dovrebbe realizzarsi solo nei prossimi due anni – la pazienza degli operatori è messa a dura prova. Futuri contraccolpi di mercato, pare di capire, sarebbero una logica conseguenza della combinazione tra la paralisi politica e l’aggravarsi della crisi continentale. Due prospettive decisamente concrete.

Per fronteggiare i pericoli servirebbe una forte risposta da parte delle politiche pubbliche a sostegno delle tanto auspicate riforme per una ristrutturazione della spesa e del debito. Ma per quanto “la parola ‘riforme’ sia spesso protagonista del dibattito politico italiano – spiegano da Nomura – l’implementazione delle stesse richiede un grado di coraggio che pare mancare ai policy maker”. L’ipotesi di una nuova stabilità garantita dall’allargamento dell’esecutivo all’Udc – in una sorta di versione berlusconizzata di un governo di responsabilità nazionale – si scontra poi con la sostanziale mancanza di volontà delle parti in causa. Come nota oggi il quotidiano britannico Guardian, la volontà del premier di trovare un nuovo sostegno collide tanto con la mai sopita speranza di Casini di creare un terzo polo alternativo quanto con la volontà della Lega di andare alle elezioni il prima possibile magari, verrebbe da pensare, per consolidare il proprio potere negoziale con il Cavaliere a fronte di una probabile crescita dei voti del partito di Bossi. Lo svolgimento delle elezioni anticipate in primavera, sottolineano da Nomura, è un’evidente possibilità. L’ammontare del dazio pagato dall’Italia sui mercati finanziari da qui alla nuova consultazione resta, al momento, difficile da ipotizzare.