Qui al Nord è scoppiato lo strano e imbarazzante caso dei leghisti che denunciano leghisti. “Noi siamo il partito degli onesti”, aveva risposto il ministro dell’Interno Roberto Maroni a Roberto Saviano, che si era permesso di ricordare in diretta tv che un leghista pavese era in contatto con uomini della ‘ndrangheta. Ora però un altro esponente del Carroccio, il capogruppo nel Consiglio regionale della Lombardia Stefano Galli, ha scoperchiato una brutta storia in cui, se lui è il “leghista buono”, altri rivestono gli scomodi panni del “leghista cattivo”.

La vicenda, già raccontata su queste pagine, è quella di Teleospedale: un sistema tv da installare negli atrii, nei corridoi, nelle sale d’aspetto degli ospedali lombardi. Notizie, programmi, informazione e spot pubblicitari, che pagano tutto. Nei giorni scorsi sono scattate le perquisizioni che hanno svelato che su Teleospedale è in corso un’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta. Sì, perché qualcuno era disposto a pagare, pur di vincere la gara (di cui abbiamo raccontato le stranezze proprio in questa rubrica, già nel novembre 2009). Lo ha dichiarato a polizia e magistrati lo stesso Galli, fiero di essere un leghista onesto, che vive del suo stipendio, “pagato con i soldi delle tasse dei cittadini”. Gli avevano offerto 15 mila euro, tanto per cominciare. E lui, invece di metterseli in tasca, era corso a sporgere denuncia.

Ma chi sono i “cattivi”, in questa storia di corruzione tentata (nel suo caso) e forse riuscita (in altri casi)? Il conte Alberto Uva, l’imprenditore che ha offerto a Galli i 15 mila verdoni, forse non ha la tessera del Carroccio, ma di certo è interno al mondo leghista, visto che la sua Global Brain aveva ricevuto da Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, un incarico per stabilire l’efficienza e la produttività degli uffici giudiziari, per stilare cioè le cosiddette “pagelle ai magistrati”. Un incarico affidato senza gara e così fuori dalle procedure, che alla fine la Corte dei conti aveva condannato Castelli a risarcire all’erario 50 mila euro. Se Uva da questa storia esce con una bella indagine per tentata corruzione e turbativa d’asta, anche l’ex ministro Castelli non ci fa una gran figura: “Io certe persone le denuncio, altri danno a loro le consulenze”, ha buttato lì Galli, intervistato da Luigi Ferrarella sul Corriere. Non occorre essere dei premi Nobel per capire che “altri” vuol dire nientemeno che Roberto Castelli.

Altro leghista dentro questa storia è Simone Rasetti, capo dell’ufficio stampa dell’assessore regionale lombardo alla Sanità, Luciano Bresciani (anch’egli del Carroccio). Uva, respinto da Galli, ci ha riprovato con Rasetti. Questi ha intascato i verdoni promessi? O ha resistito alla tentazione? Non lo sappiamo. Ma di certo non ha denunciato il diavolo tentatore, a differenza di Galli. Ora sarà il pubblico ministero Fabio De Pasquale a dipanare la matassa del caso giudiziario. Dal punto di vista politico, però, è già fin d’ora chiaro che nel “partito degli onesti” di Maroni ci sono anche quelli che parlano con la ‘ndrangheta, quelli che cedono alle tentazioni e quelli che, invece di denunciare i tentatori, li nominano consulenti ministeriali.

Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2010