Voglio raccontarvi come andò. Nel 2003 ero volato in Brasile a seguire Sergio Cofferati per il mio giornale (all’epoca si diceva che il Cinese potesse era uno dei possibili leader del centrosinistra, lo marcavo a uomo in tutto il mondo). Cofferati era stato invitato alla “Posse”, la festa per l’insediamento del nuovo presidente del Brasile, appena eletto. Mi ritrovai quasi per incanto in una città incredibile, in un giorno irripetibile, in un bagno di folla popolare, multietnica e carica di speranza: corazzieri mulatti, indios, sin terra, borghesia illuminata, giovani, bandiere rosse.

Quel giorno, un paese di 150 milioni di abitanti e trenta etnie sembrava stringersi intorno a Luis Ignacio Cavaco da Silva detto “Lula” (cioè “il calamaro”) e al suo carisma, convinto che il Brasile sarebbe potuto cambiare. I giornali europei dedicavano all’evento i soliti avarissimi trafiletti: esotismo, storie tropicali, chissenefrega. Mi ritrovai davanti a “Planalto”, il palazzo Presidenziale incastonato nel cuore della meravigliosa Brasilia monumentale, ad ascoltare il discorso di insediamento di Lula. Dall’altra parte del mondo, ma convinto di essere al centro del mondo. Lui parlava in portoghese, e io non conosco il portoghese. Ma dopo cinque minuti mi sembrava di capire ogni parola, e mi chiesi se non fossi stregato dal suo carisma al punto da avere percezioni alterate. Lula parlava da sopra il tetto del Palazzo, davanti a se una folla sterminata, e stava scandendo un discorso di grande utopia riformista. Aveva ripercorso la sua vita scherzando con sua moglie Marisa, che gli era accanto, alternando amarcord e battute: “Io prima di vincere ho perso quattro volte…. E tu Marisa ti ricordi cosa succede, quando perdi: non ti chiama più nessuno. La quarta volta restammo inchiodati sul divano, e ci chiedemmo: ‘Cosa ci resta da fare?’. E tu Marisa mi avevi risposto: ‘Continuiamo a combattere, è l’unica cosa che sappiamo fare’”. Che fosse vero non c’erano dubbi.

Lula era nato nel Pernanbuco, lo stato più povero del Brasile, era emigrato a San Paolo sul “Pao de Arara” (il carrettino dell’emigrante che è come una gabbia di pappagalli, cantato in una meravigliosa canzone da Gilberto Gill). Era stato arrestato durante gli anni della dittatura, era riuscito a fare il sindacalista e poi a inventarsi un partito, il Pt. Per anni gli avevano detto e scritto che non parlava bene il portoghese, che era un bifolco e che era troppo marxista. E lui, quando gli chiedevano che modello avesse in testa, rispondeva: “Il Pci di Enrico Berlinuger”.

L’Italia, e il Pci, li aveva conosciuti da semi-esule, quando girava l’Europa dormendo nei divani letto dei tinelli, nelle case degli amici sindacalisti. E adesso si toglieva la soddisfazione di invitare quattro di quei vecchi compagni di lotta, alla sua festa. Quel giorno dal terrazzo di Planalto, Lula disse che avrebbe fatto il presidente con un unico obiettivo. Abbattere la povertà, fare in modo che “ogni brasiliano, alla fine del mio mandato, possa fare tre pasti al giorno”. Il discorso dei “tre pasti” me lo riportai sigillato nel cuore, al ritorno in Italia, con l’idea che andava benissimo anche per le nostre sinistre esangui e pseudo-riformiste. Sull’onda dell’entusiasmo cucinai insieme ad un amico idealista quanto me – Oliviero Dottorini – una biografia-lampo che raccontava chi era Lula, cosa fosse il suo partito, la storia di quello che avevo visto, e alcuni cenni per capire cosa fosse il Brasile.

In quel libro – forse un po’ ingenuo, ma pieno di passione – c’era la Brasilia che avevo visto. Una città costruita tra il 1956 e il 1960 in quattro anni, con un impegno economico che ancora oggi è responsabilità di metà del debito del paese. Mi ritrovai in questi quartieri fantascientifici, in un incredibile paradosso politico temporale. La città costruita da un architetto e un urbanista comunisti (Oscar Niemeyer e Lucio Costa) era stata poi inaugurata dalla dittatura. E allora (nel 2003) veniva restituita, anche simbolicamente, ad un presidente con un passato da detenuto politico. Ricordo che contemplavo la terra rossissima della città, il verde della vegetazione tropicale, il rosso delle bandiere, e mi chiedevo: come potrà farcela? Il libro su Lula, che l’editore Castelevecchi ci pubblicò (ovviamente senza darci una lira). “Lula, l’uomo che vuole cambiare il Brasile e il mondo” ricevette una sola recensione, da il manifesto. E ovviamente fu una stroncatura feroce e irrimediabile: il giornalista che firmava il pezzo, Maurizio Matteuzzi – grande conoscitore di quel paese – ci trattava quasi con disprezzo, ci accusava di essere dei govani presentuosi, ingenui e analfabeti, di esserci fatti abbacinare dal lulismo e di non aver capito nulla. Lui, ex giornalista sessantottino, che studiava da una vita quel paese, non poteva concepire che noi in un mese, avessimo avuto l’ardire di raccontarne un frammento. Pensai, e non mi sono ricreduto, che il nonnismo è una delle malattie fatali della sinistra italiana. E mi chiesi perché non lo avesse scritto lui, quel libro, invece di demolire il nostro. Ma erano dettagli. Sulla quarta di copertina Castelevecchi cesellò uno strillo azzeccatissimo su Lula: “Finalmente uno che dice cose di sinistra”. Profetico. Il libro andò esaurito, Alberto non ci pagò una lira di diritti, ma ne io né Oliviero abbiamo mai dato il minimo peso alla cosa, anzi: eravamo riconoscenti perché nessun altro ci avrebbe pubblicato quell’instant book.

Sono passati otto anni, da allora, due mandati elettorali, un’altra vittoria. Oggi, mentre la legge gli impedisce di correre di nuovo, Lula sponsorizza una “sua” candidata- Dilma Rousseff – un’altra ex guerrigliera che ha preso il 47 per cento dei voti, e che fra pochi giorni (salvo colpi di scena improbabili) quasi sicuramente rivincerà. La popolarità di Lula è all’ottanta per cento. Come Mandela, come Ghandi. Come quelli che nella storia partono da una condizione di minorità e ribaltano il senso delle cose, sfondano il muro del suono, diventano bandiere collettive, perché nella loro vita non hanno mai ammainato i propri ideali: “Io non sono figlio di un’elezione – aveva detto quel giorno Lula – io sono il prodotto di una storia, di tutti quelli che prima di me hanno combattuto, senza vincere”. Come sarebbe bello, penso ancora oggi, se la sinistra italiana sentisse risuonare dentro di se queste parole, e non i miserabili lessici dei governissimi, dei pasticcetti politici, dei ma-anche e del deserto degli ideali. Come sarebbe bello se si liberasse di una genìa di funzionari in grigio senza carisma e senza palle, se la smettesse di sognare Montezemolo e Profumo.

Tutti i tg di ogni segno e colore – quando si è votato per il primo turno – ci hanno dato un piccolo numerino, una statistica che ci aiuta a spiegare le radici di quel successo. In Brasile, negli anni di Lula, l’economia è esplosa, le favelas sono state ricostruite con soldi pubblici, il programma “fame zero” (inizialmente irriso dai commentatori internazionali) ha contribuito a portare 35 milioni di persone dalla povertà al benessere. Ha dato una possibilità agli stessi ex poveri che ho sentito dire al Tg1: “Io voto l’amica di Lula”. Ma anche alla classe media che ha visto raddoppiare il potere d’acquisto del Real ed esplodere i suoi consumi. Non tutti sanno, per esempio, che la Fiat realizza i suoi profitti non in Europa ma in Brasile. Ecco, vedo tutto questo e sono contento di aver scritto quel libro, di aver ricevuto quella stroncatura nonnistica da un giornalista della archeo-sinistra, di essere tornato in Brasile, di aver concepito lì mio figlio, di avere costruito una muraglia di cd di Bossa Nova nella mia libreria, di aver avuto le orecchie e il cuore per avvertire che quel giorno mi ero ritrovato nel punto in cui frigge la storia. Ho scritto una biografia di Lula avendolo visto cinque minuti, in fila nel palazzo presidenziale, per stringerli la mano, quel giorno che mi ero incollato alla giacca di Sergio Cofferati. Si può partire per un un posto, ed approdare in un altro che non era nemmeno nelle mappe. E scoprire davvero che Lula sarebbe diventato come Allende, come Mandela, come Ghandi. Uno dei leader che invece di farsi cambiare dagli eventi, riescono a cambiare il mondo che hanno intorno a loro e a piantare la loro orma nella polvere della storia. Che poi, in fondo, il lavoro della sinistra è questo, no?