“Il grande successo ottenuto dal governo sui nuovi principi di conteggio del debito”, rivendicato da Silvio Berlusconi alla Camera dei deputati mercoledì, in realtà è un’invocazione di pietà indirizzata alla Germania. I tedeschi sono dietro la proposta della Commissione europea secondo cui i Paesi con un rapporto tra debito e Pil superiore al 60 per cento dovranno diminuire l’extra indebitamento del 5 per cento all’anno.

LA CORREZIONE. Facciamo un poco di calcoli: l’Italia ha un rapporto debito/Pil del 118 per cento. Quindi un eccesso di debito del 58 per cento, ossia 1044 miliardi di euro di debito in più di quello che sarebbe consentito dal nuovo patto di stabilità. In queste condizioni il governo dovrebbe varare una manovra di 55 miliardi per il solo 2011. Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti “ha lungamente e vigorosamente sostenuto” la tesi secondo cui oltre al parametro di debito devono entrare nel calcolo altre variabili quali il debito dei privati e la sostenibilità della spesa pensionistica. Una arrampicata libera sugli specchi. Ma anche la Germania si è resa conto che un taglio di 50 miliardi all’anno del nostro debito pubblico è improponibile e significherebbe far scontare a un paio di generazioni tutti gli errori di finanza pubblica commessi negli ultimi 40 anni,. Così ha concordato sul principio che l’esigenza di risanamento possa essere mitigato da altre considerazioni: Italia, Belgio, Portogallo e Irlanda hanno trovato un appiglio per inserire i cosiddetti “other relevant factor”, cioè altri fattori economici rilevanti che saranno tenuti in considerazione prima della fissazione degli obiettivi di bilancio di ogni Paese e dell’erogazione delle sanzioni in caso di sforamento. Difficilmente l’Italia potrà ottenere un via libera a non effettuare una manovra per la riduzione del debito. Difficilmente Tremonti riuscirà a convincere i partner europei che il rapporto deficit/Pil al 119 per cento previsto per il 2011 sia sostenibile nel medio termine e vada invece subito ridotto di un punto percentuale. La strada del ministro dell’Economia sta diventando sempre più stretta e ripida. Il governo ha perso tempo a celebrare la stabilità dei conti pubblici, il “non aver messo le mani in tasca degli italiani”, e ha ignorato la crisi e il suo effetto sulla finanza pubblica.

IL RINVIO. In tutti i documenti economici diffusi dal ministero viene dipinto un futuro economico roseo al solo scopo di rinviare il più possibile il momento doloroso delle manovre economiche. Il risultato? Tagli lineari alla spesa che coinvolgono anche settori strategici per lo sviluppo come la ricerca e le infrastrutture e un aumento della pressione fiscale su coloro i quali le tasse già le pagano. Nel 2009 il governo aveva previsto per gli anni 2011-2013 una crescita del Pil del due per cento, nella Decisione di finanza pubblica approvata mercoledì dal Consiglio dei ministri la previsione è stata abbassata al 1,3 per il 2011. Ma si mantiene miracolosamente al 2 per cento per il 2012 ed il 2013.
L’ottimistica visione della crescita consente a Tremonti di rinviare ancora un serio piano di finanza pubblica che affronti i nodi veri della spesa pubblica e del debito. La DFP pubblicata sul sito del ministero delle Finanze è il primo tentativo di traduzione numerica del motto “tiriamo a campare e speriamo nello stellone”. Con la tabella a pagina 16, per esempio, si tenta di spiegare che l’Italia è messa meglio degli altri Paesi perché la somma del debito pubblico più quello privato è inferiore alla media europea. Peccato che dalla stessa tabella apprendiamo che la Grecia ha un rapporto migliore del nostro. E’ bizzarro sostenere una tesi e smentirla nella stessa tabella. Se questo è il ragionamento sul quale si basa “il giudizio complessivo sulla sostenibilità finanziaria” dei Paesi europei sarà difficile che qualcuno ci consenta di non rimandare il risanamento. Se non ce lo imporrà la Commissione europea, lo faranno i mercati che chiederanno un tasso di rendimento più elevato per sottoscrivere le emissioni obbligazionarie del Tesoro. Un bel guaio per l’impalcatura propagandistica berlusconiana che anche in questi giorni promette riduzioni delle tasse. Ma un bel guaio anche per chi si troverà a governare dopo Berlusconi.

Da Il Fatto Quotidiano del 3 ottobre 2010