Emlou Arvesu, la giovane donna filippina che due giorni fa è stata brutalmente uccisa per mano di un uomo di origine ucraina, è solo la prima vittima di una serie di violenze sulle donne che in questi giorni stanno occupando le pagine di cronaca dei giornali. Ieri, a Capri, un “ragazzo della Napoli bene” di appena 17 anni, ubriaco, ha stuprato una sua coetanea francese. Sempre ieri, a Roma, una turista americana di 21 anni ha denunciato di aver subito una violenza sessuale in un locale sul Lungotevere. E’ di oggi invece la notizia di un uomo arrestato a Viterbo per aver massacrato di botte la compagna al quarto mese di gravidanza.

La sequenza è impressionante. Per provare a dargli un senso, viene da sperare che – essendo in piena estate – le testate giornalistiche si trovino costrette a scovare le notizie per riempire le pagine di cronaca. Purtroppo non è così, e la violenza sulle donne è addirittura in aumento. A raccontarlo al Fatto è Chiara Simonelli, docente di Sessuologia dell’Università di Roma La Sapienza: “Le notizie di questi giorni si ricollegano in maniera preoccupante agli ultimi dati diffusi dall’Istat che parlano di un fenomeno in continuo aumento, non solo verso le donne, ma nei confronti dei soggetti più deboli in generale”. Accendere i riflettori su queste notizie “può e deve servire a porre l’attenzione su un problema che c’è in tutti i periodi dell’anno e che necessita di nuove iniziative di politica sociale, a cominciare dalla prevenzione che va effettuata nelle scuole”. Ciò che preoccupa, quando le notizie si moltiplicano in questo modo, è il rischio di emulazione: “La violenza può dare ebbrezza, o riempire un vuoto di identità con lo stereotipo dell’eroe negativo. La bravata serve a chi la compie per avere la sensazione di esistere”.

Molte associazioni sono già in campo a tutela dei soggetti più deboli: donne, bambini, immigrati. “Andrebbero incentivate le buone pratiche già esistenti, e andrebbe introdotta l’educazione sessuale e di genere nelle scuole. E’ da piccoli infatti che si impara a essere maschi e femmine, e queste esperienze influenzeranno il nostro modo di rapportarci all’altro sesso”. La questione dell’educazione quindi è centrale. E parte dalle mura domestiche: “Sorridere di un bambino che emula comportamenti aggressivi e fa il ‘duro’ fin da piccolo è una forma di cattiva educazione. La famiglia, insieme a tutte le altre agenzie educative e culturali, dovrebbe fare riferimento a modelli più efficaci”. Il fenomeno, infine, è trasversale: “La classe sociale di appartenenza non c’entra, ricchi e poveri sono implicati allo stesso modo”.