Quelli della security Telecom lo chiamavano il “dossier Baffino”, e non bisogna essere degli straordinari investigatori per capire il perchè.

Era una delle pratiche scottanti dell’archivio Zeta di Emanuele Cipriani, che insieme a decine di altri fascicoli su politici ed esponenti della finanza, per mesi hanno dato l’impressione di condizionare l’attività del parlamento.

Quando, per esempio, l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini racconta di aver illustrato, su ordine dell’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, il contenuto di due di essi a Nicola Latorre (Ds) e Lorenzo Cesa (Udc) – i quali però negano – immediatamente viene presentato un emendamento (poi ritirato a causa delle polemiche) per introdurre nella riforma dei servizi segreti una norma che avrebbe salvato dai processi sia Pollari che Mancini.

Le carte di Cipriani insomma scottano. Anche se nessuno può dire se le informazioni in esse contenute siano esatte o meno.

Le indagini su queste notizie sono infatti state vietate per legge già nel 2006. Il mistero più grande riguarda comunque il caso “Baffino”, cioè un faldone alto più di una spanna, in cui sono contenuti gli accertamenti sugli azionisti di Bell, la finanziaria lussemburghese al centro della scalata a Telecom da parte dei “capitani coraggiosi” di Roberto Colaninno. Era il 1998, al governo c’era Massino D’Alema dal cui arrivò il via libera all’operazione. Tra chi controllava il capitale di Bell c’era però anche il misterioso Oak Fund (Fondo Quercia).

Nel 2001, quando in Telecom arriva Tronchetti, parte così l’operazione “New Entry” o “Operazione Fondo”, condotta da Cipriani per capire chi si nascondesse dietro.

Cipriani durante le indagini, in un suo verbale riassuntivo dice il 28 marzo del 2007, che uno degli ultimi documenti raccolti macchiato sulle firme) indicava come dietro tutta la complessa operazione ci fosse “un noto esponente politico”.

Giuliano Tavaroli, in una serie di dichiarazioni a La Repubblica, parla invece esplicitamente di Piero Fassino. L’ex segretario dei Ds, nell’estate del 2008, ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata.

Forse anche perchè Guido Calvi, storico avvocato della Quercia, sentito qualche settimana fa da Il Fatto spiega di non aver ricevuto un mandato in proposito. Il mistero, insomma, resta fitto. E l’unico fatto certo è che la norma approvata per distruggere i dossier di Cipriani è servita solo ad evitare le indagini.

Stando a quanto risulta a il Fatto Quotidiano almeno del dossier Oak esistono altre copie. E prima o poi, vero o falso che sia, il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica.

da il Fatto Quotidiano del 31 gennaio