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venerdì 01/09/2017

Ispezioni sospette: la Procura indaga sulla Banca d’Italia

Esposto presentato dal banchiere D’Aguì, il suo legale è cugino del premier Gentiloni

La Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine sulla vigilanza della Banca d’Italia. L’inchiesta, per ora senza indagati, è stata affidata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone ai sostituti Maria Sabina Calabretta e Stefano Pesci, già titolari dell’indagine su Veneto Banca che vede l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli indagato per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio.

L’inchiesta nasce da un memoriale di Pietro D’Aguì, ex manager della Banca Intermobiliare (Bim), boutique finanziaria controllata da Veneto Banca in liquidazione. Il memoriale è stato depositato il 30 giugno scorso dall’avvocato Michele Gentiloni Silveri, cugino del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Secondo autorevoli indiscrezioni, il premier è informato della vicenda e ne ha già potuto valutare, durante le brevi vacanze estive, l’impatto politico. A novembre scade il mandato del governatore Ignazio Visco. La decisione se confermarlo o no spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a Gentiloni, e sarà presa in coincidenza con l’avvio della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. È auspicato o temuto, secondo i punti di vista, che un tema centrale siano le responsabilità della vigilanza, cioè Consob e Bankitalia.

Alle accuse ricorrenti su distrazioni, miopie e strabismi di Bankitalia, l’inchiesta della procura di Roma aggiunge l’ipotesi di reati, cioè di scorrettezze dolose. Gli sviluppi dell’azione penale potrebbero gettare nuova legna su un fuoco che per ora cova sotto la cenere: fino a ieri le indiscrezioni autorizzate non hanno messo in dubbio la volontà di Quirinale e Palazzo Chigi di rinnovare la fiducia a Visco.

Il memoriale di D’Aguì è stato accompagnato da una lettera dell’avvocato Gentiloni che ne sintetizza i contenuti segnalando “alcuni dati idonei a costituire notizie di reato” e indicando due nomi di peso: il capo del “Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria” della Banca d’Italia Carmelo Barbagallo e l’ispettore Emanuele Gatti.

Sono tre i capitoli riguardanti l’operato della vigilanza raccomandati a Pignatone per gli approfondimenti dall’avvocato Gentiloni.

Primo. Comportamento della vigilanza durante l’acquisizione di Bim da parte di Veneto Banca (2010-2011) “con successivo inadempimento da parte di quest’ultima alle obbligazioni assunte”. La Bim fu in parte pagata da Consoli con azioni di Veneto Banca e (secondo le accuse di D’Aguì) relativa e inevasa promessa di riacquisto in tempi rapidi. Sul punto D’Aguì ha denunciato Consoli che dal 6 aprile scorso è indagato dai sostituti Calabretta e Pesci anche per truffa ed estorsione.

Secondo. L’ispezione compiuta da Gatti sulla Bim nel 2012, per la quale l’avvocato Gentiloni raccomanda alla procura la “valutazione degli errori compiuti” e il ruolo di Barbagallo “nella fase successiva all’ispezione”. In quell’ispezione Gatti diagnosticò una riduzione di due terzi del capitale di vigilanza, portandolo a soli 157 milioni contro i 435 indicati nella semestrale 2012. A fine 2012 il bilancio Bim (quotata in Borsa) indicava il patrimonio di vigilanza a 322 milioni, il doppio di quanto calcolato da Gatti, senza che nessuno abbia sollevato obiezioni. Nel frattempo però, sulla scorta dell’ispezione di Gatti e dell’istruttoria di Barbagallo, il governatore Visco ha scritto alla Bim ordinando perentoriamente di revocare i poteri a D’Aguì. Dopo averlo sentito per anni lamentarsi di non aver mai avuto il potere di rimuovere i banchieri sospetti, scopriamo che già quattro anni fa Visco poteva, quando Barbagallo lo decideva, scrivere “la Banca d’Italia dispone” per ordinare il licenziamento.

Terzo. Comportamento della vigilanza “in relazione al mancato acquisto” della Bim da parte di una cordata di investitori guidata da D’Aguì, e “motivi reali del mancato consenso all’operazione da parte delle autorità di vigilanza”. Nell’agosto 2014, D’Aguì, con numerosi soci tra cui Carlo De Benedetti, Luca di Montezemolo e il fondo britannico Duet Alternative Investment, ha contrattato il riacquisto di Bim per 562 milioni.

Dopo mesi di tira e molla, il 16 giugno 2015 la vigilanza europea, su proposta della Banca d’Italia, ha comunicato il diniego all’operazione con lettera del presidente della Bce Mario Draghi. Secondo D’Aguì in quella procedura sono state inserite notizie false sulla sua situazione processuale che avrebbero determinato la mancanza dei requisiti di onorabilità per il leader della cordata, e quindi il diniego.

L’operazione avrebbe attenuato la crisi di Veneto Banca rimpolpandone il patrimonio di vigilanza di circa 50 preziosi punti base. A distanza di soli due anni il commissario liquidatore Fabrizio Viola sta vendendo la Bim per un valore indicato tra 100 e 150 milioni. Lo stop della vigilanza è costato ad azionisti e creditori di Veneto Banca oltre 400 milioni.

L’apertura dell’inchiesta su Palazzo Koch non è una sorpresa. Dopo l’esplosione della crisi bancaria quasi tutti gli amministratori degli istituti in crisi sono stati indagati per ostacolo alla vigilanza: la Banca d’Italia, accusata da più parti di aver vigilato a vuoto, ha reagito denunciando i banchieri alle Procure di mezza Italia, accusandoli di aver sistematicamente ingannato i suoi ispettori sulle reali condizioni finanziarie delle banche. E quasi tutti i banchieri indagati hanno reagito accusando gli ispettori della Banca d’Italia di aver sempre saputo (e silenziosamente approvato) tutto.

Il copione, inaugurato con il processo a Giuseppe Mussari di Montepaschi, in questo momento viene interpretato con particolare vigore da Consoli, in attesa dell’udienza preliminare che deciderà sul suo rinvio a giudizio. La cannonata più forte arriva adesso da D’Aguì, imputato con Consoli per un fatto marginale e non certo catalogabile come suo sodale dopo che lo ha denunciato per estorsione e truffa.

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Prezzo delle azioni, esposto dei piccoli azionisti di Mps

C’è stato un esproprio ai danni degli oltre 150 mila piccoli azionisti del Monte dei Paschi. Lo sostiene Azione Mps, l’associazione dei piccoli azionisti della banca, in un esposto presentato alla Consob. Secondo Azione Mps mentre il governo italiano ha pagato per le sue azioni 6,49 euro e gli obbligazionisti 8,65 euro, i soci preesistenti, ai quale è stato estirpato, senza motivazione, il diritto di opzione sull’aumento, il diritto di recesso, e la possibilità di aderire a un’opa obbligatoria, si ritrovano con meno di 30 milioni di azioni, pari al 2,57% del capitale, che alla fine delle operazioni del tesoro avranno registrato una perdita tra il 95% e il 98%. “Si è dato corso ad una mostruosa diluizione di capitale – dice la nota – le percentuali di composizione del patrimonio sono: 26,76% azionariato preesistente, 39,37% obbligazionisti subordinati, 33,85% Governo. Confrontare il 2,57% con il 26,76% dà la misura di ciò che noi consideriamo un vero e proprio esproprio senza indennizzo”. L’associazione propone che le “azioni proprie detenute da Mps, rivenienti da titoli acquistati con i mezzi patrimoniali preesistenti, vengano assegnate ai piccoli azionisti come primo, parziale ristoro degli ingenti danni sopportati.

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