L'umanesimo in cucina di Nadia Santini - 4/4
La visione culinaria di Nadia Santini rifuggiva i tecnicismi freddi per abbracciare un approccio romantico e familiare: “Viene da noi chi vuole trovare il romanticismo, chi cerca l’avanguardia o l’illuminismo va altrove. E va bene così: io nella cucina ritrovo tutte le correnti letterarie“. Un’impostazione che si traduceva in una dedizione totale al benessere dell’ospite, come amava ricordare lei stessa attraverso alcuni aneddoti legati al servizio: “Una signora australiana poco tempo fa ci ha presentato una lista di 15 intolleranze a causa di alcune terapie a cui si stava sottoponendo: l’abbiamo servita lo stesso. È voluta venire in cucina a ringraziarci”. O ancora: “Tempo fa la moglie di un nostro cliente aveva la febbre. L’ho portata in cucina e le ho fatto un brodo caldo: è tornata tutti gli anni”. Gesti che rispondevano a una precisa filosofia professionale e umana: “Trovare sempre il modo di innescare quel click che trasforma la cucina in un linguaggio d’amore universale”.
Un patrimonio di valori affidato oggi ai figli Giovanni e Alberto. Guardando al futuro e al loro inserimento nell’azienda, la chef aveva riflettuto sulle sfide della continuità: “Da mamma sono felice: vedo i ragazzi solidi e sicuri al loro posto. Anche se il passaggio generazionale è difficilissimo, perché la tradizione è l’insieme di conoscenze che meritano il passaggio tra generazioni, e ciò che merita lo decidiamo noi con il nostro esempio. Ma sarà valido per le persone verso cui indirizziamo le nostre consegne? Questo è il gap”.