La cena servita ai parenti: filetto alla Wellington con funghi della specie Amanita phalloides - 2/3
La vicenda risale al 2023, quando Patterson invitò a pranzo nella sua abitazione di Leongatha, in Australia, i genitori del marito da cui si era separata, Don e Gail Patterson, la sorella di quest’ultima, Heather Wilkinson, e il marito di Heather, Ian. Per loro preparò un filetto alla Wellington, un piatto a base di carne avvolta nella pasta sfoglia, che conteneva funghi della specie Amanita phalloides, tra i più velenosi al mondo. Tre degli invitati morirono dopo il pasto. Il quarto, Ian Wilkinson, è sopravvissuto dopo settimane di ricovero in ospedale. Patterson si è sempre dichiarata innocente, sostenendo di non sapere che i funghi utilizzati fossero velenosi. Ma nel 2025 una giuria l’ha riconosciuta colpevole di tre omicidi e un tentato omicidio. La prima sentenza prevedeva l’ergastolo con la possibilità di chiedere la libertà condizionale dopo 33 anni. Una pena che la procura ha contestato, ritenendola troppo mite rispetto alla gravità dei delitti.
Patterson avrebbe mantenuto l’intenzione di uccidere tutti e quattro i commensali per tre settimane
Ed è proprio sulla pianificazione degli omicidi che si è concentrata la Corte d’Appello. Come riporta il Guardian, il giudice Stephen McLeish ha spiegato che Patterson avrebbe mantenuto l’intenzione di uccidere tutti e quattro i commensali per tre settimane, dal momento dell’invito fino alle sofferenze che hanno preceduto la morte di tre di loro. Secondo i giudici, non si è trattato di un gesto improvviso, ma di un piano accompagnato da una serie di inganni: la donna aveva dichiarato di avere un tumore, negato di aver raccolto funghi e mentito sulla loro provenienza.
“Questi crimini sono stati commessi con una freddezza e una premeditazione straordinarie e meritano la più ferma condanna possibile”, ha affermato McLeish durante l’udienza. Ancora più esplicite le motivazioni scritte della sentenza, nelle quali i giudici parlano di “un crudele tradimento della fiducia dei membri della famiglia allargata dell’imputata”. Per la Corte, i 33 anni di detenzione prima della possibilità di ottenere la libertà condizionale non erano sufficienti a rispecchiare la gravità di tre omicidi e di un quarto tentato omicidio.