La memoria, la sparizione, la violenza della natura e quella dell’amore, che può distruggere o creare. Per quanto distinti e distanti per sguardi, generi e formati, hanno motivi di intreccio i film di quattro registe italiane presenti fra la 21esima Festa del cinema di Roma e Alice nella Città. Metterli accanto non svilisce l’importanza di alcuno di loro, anzi.
Al suo secondo documentario, Kasia Smutniak si espone con Mustang (nel concorso Progressive Cinema), mettendo in scena i ricordi di un vissuto personale che sfociano in un’impresa “più grande di noi”, dove per noi intende se stessa, il compianto compagno Pietro Taricone e la loro figlia Sophie. Luogo/personaggio di questo racconto privato e universale è il Mustang, territorio nepalese al confine con il Tibet, dove Kasia e Pietro erano stati insieme agli inizi della loro relazione. Taricone aveva fatto riprese di ogni cosa, “anche della più inutile”. Una volta rientrati, si erano ripromessi di tornare e aiutare le comunità di quei luoghi. Poi la tragedia della morte di Pietro e il ritorno di Smutniak con la figlia di sei anni. Da allora, l’attrice e regista polacca si è recata regolarmente nel Mustang, finché, nel 2013, insieme alla nativa Kunzum, ha avviato, con la Fondazione Pietro Taricone, il progetto di costruzione di una scuola laddove non esisteva nulla per i ragazzi. Ma è solo nel 2018 che ha iniziato a raccogliere i materiali foto-audiovisivi del passato, immaginando di comporre il progetto di un documentario.
“Nel frattempo mia figlia è cresciuta, è andata da sola a 19 anni nel Mustang e ha voluto fare la voce narrante del film”, ha spiegato Smutniak. Insomma, una genesi ad alto tasso di emotività che unisce, tuttavia, la buona causa del sostegno a una comunità remota, i cui tempi restano imparagonabili con quelli occidentali. Ma è lì, con gli abitanti nepalesi e tibetani di quegli scenari mozzafiato, che Kasia e Sophie hanno ritrovato se stesse e, soprattutto, il sorriso. “Ho voluto fare questo film per aggrapparmi ai pochi gesti che accendono un lume di speranza in un momento così buio per l’umanità. Queste persone sono speciali, vivono pensando alla felicità, la studiano, per loro essere felici non è un concetto astratto, è qualcosa di raggiungibile”. Questo film, commovente e insieme mosaico di spazi, tempi e formati, come lo è la sovrapposizione dei materiali montati, è la chiusura di un cerchio nella vita di Smutniak, ma è anche “un manuale per la felicità” donato a tutti coloro che desiderano elaborare un lutto, una perdita, un frammento irrisolto di memoria. Da vedere in sala anche per la sua imponenza visiva, a partire dal 23 novembre.
Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.
Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.
Al ritorno della giovane nella Capitale, Matteo è ormai giornalista e sposato, con prole. Quanto accadrà tra loro appartiene all’universo dell’amour fou, del melò letterario e cinematografico a cui tanto ha guardato Cescon per imbastire questo suo secondo, raffinatissimo lungometraggio. Un genere diverso dal noir Occhi blu, con cui aveva esordito alla regia nel 2021, ma altrettanto impegnativo: dalla scrittura densa a otto mani alla cura visiva (il DOP è Luca Bigazzi), fino all’attenzione, ovvia, alle interpretazioni, da cui un’attrice esperta e talentuosa come lei ha voluto il massimo. Il risultato è un buon melò, forse troppo orientato alla perfezione più che alla passione di un “desiderio” che, talvolta, resta immobilizzato fra le parole.
L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.