La perdita di Pietro Taricone che diventa trasformazione per chi resta. Kasia Smutniak la vede così nel suo ultimo film documentario da regista, Mustang, presentato alla Festa di Roma 2026. “Davanti a un lutto non credo nella pace, ma piuttosto nella trasformazione e non penso nemmeno che valga la pena raccontare la mia vita, ma quel pezzo della mia storia potrebbe essere in qualche modo una speranza per tante persone, a cui mi sto aggrappando”, ha spiegato la 47enne attrice e regista di origine polacca al Corriere della Sera.
“Questo, infatti, è un film speranzoso e sulla felicità, non una storia triste: ma di una bellissima trasformazione che unisce tante vite. Il centro di tutto questo è il Mustang”. Luogo della montagna nepalese che nel 2003 la Smutniak e l’allora suo fidanzato Taricone raggiungono per poi ripromettersi di tornare per un aiuto concreto alle popolazioni locali. Solo che Taricone muore improvvisamente in un incidente di paracadutismo nel 2009. Nel 2010 sarà Kasia con sua madre a raggiungere il Mustang ai piedi dell’Himalaya. E ancora nel 2024 sarà la 19enne Sophie, la figlia avuta dall’ex fidanzato nel 2004, a ripercorrere i passi materni e paterni in Nepal. Con lei, la ragazza, si porta la vecchia MiniDV di suo padre e così filma un nuovo viaggio come fece Taricone con la Smutniak nel 2003. Mustang, infine, è il risultato di queste due fonti video tra memoria e contemporaneità che Smutniak ha definitivamente riassemblato.
“Come nel mio primo doc Mur ho raccontato la speranza attraverso l’esperienza di persone che cercavano di salvare migranti nei boschi bielorussi, solo perché ritenevano giusto farlo. Anche qui ho lo stesso spirito: se una sola persona fa una cosa giusta, questo mi dà speranza per l’umanità”. Là, nell’Asia profonda c’è proprio una Fondazione Taricone, grazie alla quale è stata fondata la Ghami Solar School, dove bambini che non avrebbero avuto accesso a un’istruzione tradizionale seguono corsi di studio regolari. Mustang uscirà in sala con Fandango il 26 novembre. “Non so se ho mostrato troppo – chiosa l’attrice – Ma in realtà nel nostro lavoro mostriamo tanto di noi anche quando non sembra. Qui è più riconoscibile perché le emozioni hanno nomi e facce note. Ho aperto le porte sul personale ma anche chiuso un cerchio”.