I "morti in vita" e lo stigma cittadino - 4/5
A pagare il conto più alto dell’esposizione mediatica sono i nuclei familiari coinvolti, che l’autore definisce “morti in vita”. Si tratta di “persone che si portano addosso un’etichetta, magari da innocenti, e non riescono più a liberarsene. Ci vuole molta delicatezza”. Un marchio che storicamente infetta anche la toponomastica italiana, sostituendo l’identità di un luogo con il crimine che vi si è consumato: “Il marchio della cronaca nera perseguita anche interi paesi. Dici Garlasco e pensi al delitto Poggi, dici Cogne e ti viene la Franzoni, a Erba Rosa e Olindo, a Novi Ligure Erika e Omar“. Una dinamica risalente già all’era fascista, con il caso di Gino Girolimoni, “accusato dei delitti di alcune bambine nei primi anni del fascismo, diventato sinonimo di mostro nonostante fosse innocente. ‘Sei un Girolimoni’, si diceva”.