I confini tra cronaca, "chiacchiericcio" e approfondimento - 3/5
Lucarelli spiega apertamente perché Garlasco non figura tra i casi trattati nella sua trasmissione televisiva. “Penso che si debba partire da una distinzione”, precisa. “Io faccio lo scrittore, racconto storie che di solito sono lontane nel tempo, metto in fila i fatti con la pacatezza che appartiene alla narrazione. Poi ci sono i giornalisti che fanno cronaca e i talk show, approfondimento. Sono mestieri diversi. Non che io sia più bravo o più rispettoso delle parti. Il mio è semplicemente un altro lavoro, a bocce ferme”. Trattare l’omicidio di Chiara Poggi ora garantirebbe share, ma l’approccio sarebbe errato: “Sicuramente ma lo racconterei male. No, lo farò fra dieci anni, forse come un giallo irrisolto”.
La fascinazione del pubblico per il macabro ha una radice semplice (“Perché racconta storie che fanno paura e la paura non ci lascia indifferenti“), e lo stesso scrittore ammette di seguire i format di settore: “Ogni tanto guardo Quarto Grado, mi piace, ci sono anche amici che stimo molto come Massimo Picozzi. Mi interessa capire che cosa è stato scoperto. Naturalmente so che c’è anche una componente teatrale, ci sono gli schieramenti. Ma fa parte del linguaggio televisivo”. Il circo mediatico, tuttavia, può condizionare le inchieste giudiziarie “in entrambi i sensi: nel male ma anche nel bene”. Da una parte “possono stimolare indagini più approfondite”, dall’altra si scontrano con la disinformazione: “Ci sono casi riaperti grazie a giornalisti che hanno scovato elementi importanti grazie a un lavoro fatto bene. Poi ci sono podcast, siti e blog che parlano completamente a sproposito. Bisogna distinguere l’approfondimento serio dal chiacchiericcio. Io dico sempre che i processi di cui si deve aver paura sono quelli non fatti”.