Il rifiuto della performance e la scelta dell'anonimato - 2/3
La scelta di occultare l’identità non nasce come banale espediente di marketing, ma come necessità di separare il prodotto letterario dall’ego dell’autore in una società fondata sull’esposizione del sé. “Quando il progetto si è delineato, ho capito subito che, se fossi riuscito a pubblicare il mio libro, quel libro sarebbe entrato nella mia vita. E avrebbe peggiorato la mia scrittura, perché mi avrebbe dato qualcosa da difendere”, spiega l’autore al quotidiano.
L’obiettivo è arginare la spettacolarizzazione del ruolo dello scrittore: “L’anonimato mi obbliga a spendere la notorietà solo sui libri. È il patto che ho fatto, e non è facile da sostenere in un mondo che usa l’autore come richiamo: presentazioni, festival, che espongono i corpi più che le opere. Ho scelto di farne a meno. Mi spaventa l’idea di ritrovarmi in una foto su un divanetto, il microfono in una mano e l’altra a mezz’aria. Un detersivo lo compriamo e lo giudichiamo per come lava. Io voglio essere comprato e giudicato per come scrivo“. L’esigenza è di natura squisitamente editoriale: “Quello che temo di perdere non è un segreto, è la libertà sulla pagina: la possibilità di creare, e di distruggere. Alla mia scrivania lo faccio senza nascondermi”. L’editor di Einaudi, Dalia Oggero, inquadra così l’operazione: “Il primo a denunciare la società della performance, e a farlo con i suoi stessi mezzi, è proprio l’Autore del XXI secolo. La via performativa che ha scelto è provocatoria, come risulta chiaro se si legge il libro”.