Il delitto d’onore è stato abolito 45 anni fa. Ma la cultura del possesso è ancora qui
“Federico mi ha rapita, vuole uccidermi”. Sono le parole di Lorena Isceri. Forse dovremmo partire da qui. Ascoltarle davvero, senza archiviarle come l’ennesima frase terribile dell’ennesimo femminicidio. Lorena era stata aggredita, legata e rinchiusa nel bagagliaio dell’auto dal suo ex compagno. Da lì ha cercato disperatamente di salvarsi, ha chiamato sua madre, poi un amico e infine il 112. Per circa venti minuti è rimasta in contatto con la polizia, dicendo chiaramente cosa le stava accadendo e chi temeva potesse ucciderla. Poco dopo è stata gettata da un cavalcavia dell’A1.
Quarantacinque anni fa, il 5 settembre 1981, l’Italia cancellava finalmente dal proprio ordinamento il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Due mostruosità giuridiche aberranti ereditate dal Codice Rocco fascista. Fino ad allora il nostro Stato prevedeva una pena enormemente ridotta per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella in nome di un presunto “onore” ferito. E prevedeva che il matrimonio tra lo stupratore e la donna violentata potesse estinguere il reato, facendo tornare la vittima una ‘brava ragazza’ per la Società. Non era soltanto arretratezza culturale. Era qualcosa di molto peggio, era violenza trasformata in diritto, patriarcato scritto dentro il codice penale.
Quelle norme furono cancellate anche grazie al coraggio di donne che decisero di ribellarsi a un sistema che pretendeva il loro silenzio. Tra loro Franca Viola, che rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva rapita e violentata e trasformò quel “no” in un atto di libertà destinato a cambiare la storia del nostro Paese. Ma sarebbe consolatorio, e soprattutto falso, pensare che cancellando quelle norme abbiamo cancellato anche la cultura che le aveva prodotte. Il delitto d’onore non esiste più nel codice penale. Ma l’idea proprietaria della donna, quella che considera la sua libertà un’offesa, continua tragicamente a riaffiorare. La ritroviamo ogni volta che una separazione viene vissuta come un affronto. Ogni volta che un uomo ritiene di avere il diritto di controllare il telefono, gli spostamenti, le amicizie o il corpo della propria compagna. Ogni volta che un “no” viene interpretato come qualcosa da punire. Ogni volta che una donna viene perseguitata o uccisa perché ha deciso di andarsene.
Lorena aveva scelto di interrompere una relazione. Aveva scelto della propria vita. È esattamente questo il punto, la libertà e l’autodeterminazione di una donna non possono essere considerate una concessione dell’uomo che le sta accanto. Eppure nel 2026 siamo ancora costretti a ribadirlo.
Negli stessi giorni ci siamo trovati davanti a un’altra vicenda inquietante, un uomo accusato di due violenze sessuali commesse nell’arco di circa quaranta minuti, una delle quali ai danni di una ragazza di appena 13 anni, è tornato libero dopo due notti. Tra gli elementi valutati è stata richiamata anche la sua “resipiscenza”, ossia il dire semplicemente ‘sono pentito’. Ho presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia perché ritengo necessario comprendere esattamente quanto accaduto e quali valutazioni siano state compiute. Il tema non è mettere in discussione le garanzie costituzionali né anticipare una sentenza. Il tema è un altro, la tutela delle vittime e la valutazione del rischio.
Continuiamo a dire alle donne e alle ragazze: denunciate, chiedete aiuto, fidatevi dello Stato. Ma questa fiducia dobbiamo meritarcela. La protezione non può terminare quando una donna esce dalla caserma dopo aver denunciato. Servono formazione specialistica, capacità di riconoscere le dinamiche della violenza, valutazioni rigorose del rischio e strumenti di protezione realmente efficaci. Soprattutto quando la vittima è minorenne.
Ma c’è un altro errore che continuiamo a commettere: pensare che il contrasto alla violenza sulle donne possa iniziare soltanto quando arriva una denuncia. A quel punto, troppo spesso, la violenza è già esplosa. La repressione è indispensabile. La protezione è indispensabile. La formazione di magistrati, magistrate, forze dell’ordine e di tutti gli operatori e operatrici coinvolti è indispensabile. Ma se vogliamo davvero cambiare le cose dobbiamo intervenire molto prima. Dobbiamo entrare nelle scuole. Dai primi banchi di scuola. Perciò credo fortemente nella proposta di legge che ho depositato da anni alla Camera Dei Deputati per l’introduzione di percorsi obbligatori di educazione affettiva e sessuale in tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Dobbiamo parlare ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di rispetto, consenso, parità, emozioni, sessualità, libertà e relazioni sane. Dobbiamo insegnare che amare non significa possedere, che la gelosia non è una prova d’amore, che controllare non significa proteggere e che nessuno può decidere della vita dell’altra persona.
E invece una parte della politica continua a trattare l’educazione affettiva e sessuale come una minaccia. C’è chi nell’Aula del Parlamento ha definito la mia proposta di legge “una nefandezza”.
Io credo che la nefandezza e la vera minaccia siano esattamente il contrario: lasciare soli ragazzi e ragazze davanti a domande alle quali gli adulti si rifiutano di rispondere, costringendoli a cercare modelli e risposte nella pornografia, nei social, nelle chat tossiche e negli angoli più violenti della rete. Non possiamo indignarci davanti all’ennesimo femminicidio e il giorno dopo ostacolare gli strumenti culturali che possono contribuire a prevenirne altri.
Dopo la morte di Lorena, suo padre Franco Isceri ha rivolto un appello alle istituzioni: prendere provvedimenti perché tragedie come quella vissuta dalla sua famiglia non accadano più. È un appello che la politica non può limitarsi ad ascoltare con commozione. Deve trasformarlo in responsabilità e azione. Perché Lorena, prima ancora di quell’appello, il suo appello lo aveva già fatto. Era chiusa in un bagagliaio, aveva paura e ha trovato la forza di prendere un telefono e dire: “Mi ha rapita, vuole uccidermi”.
Quelle parole devono restarci addosso.