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Il convegno a Modena per cui “La violenza non ha genere”: così si nega la realtà dei fatti

Si terrà il 21 settembre un dibattito dal titolo fuorviante. Nella violenza non c'è simmetria: ci sono uno squilibrio di potere, un controllo asfissiante e una responsabilità precisa
Il convegno a Modena per cui “La violenza non ha genere”: così si nega la realtà dei fatti
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Ci risiamo. Il prossimo 21 settembre si terrà a Modena un convegno dal titolo fuorviante: “La violenza non ha genere”. Un’iniziativa che si presenta con la pretesa di offrire una lettura “innovativa” delle dinamiche di abuso nelle relazioni di intimità ma che nei fatti si traduce in una scelta politica ben precisa: negare la matrice culturale del femminicidio e ignorare la asimmetria dei dati statistici tra la violenza commessa dagli uomini e quella commessa dalle donne. Basti un solo dato: il 95% della popolazione carceraria è maschile.

La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani. E forse è la più diffusa. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace”. Questa frase fu pronunciata nel 1993 dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Sono trascorsi 33 anni e ancora si deve fronteggiare il negazionismo di un fenomeno storico e mondiale. Cancellare la dimensione di genere della violenza domestica, è una vera e propria operazione di mistificazione che va a traino di certa propaganda politica reazionaria, puntando a delegittimare decenni di sforzi culturali, giuridici e sociali, provando a fare carta straccia della Convenzione di Istanbul e della Cedaw: i pilastri internazionali su cui si fonda la tutela delle donne.

Partiamo da quello che dovrebbe essere il terreno comune di qualsiasi dibattito serio: la realtà dei fatti. Le rilevazioni dell’ISTAT, del Ministero dell’Interno, della Giustizia e delle Nazioni Unite, parlano chiaro. Stalking, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali e femminicidi vedono in larga schiacciante maggioranza le donne nel ruolo di vittime e gli uomini nel ruolo di autori. Dire che la violenza è “neutra” significa negare la radice strutturale e sistemica del fenomeno. Nessuno sostiene che un uomo non possa essere vittima di abuso o di maltrattamento o di violenza sessuale — ed è doveroso ricordare che, anche quando gli uomini sono vittime di violenza o omicidio, nella quasi totalità dei casi, i responsabili sono altri uomini. Cosa che è sfuggita allo strabismo ideologico degli organizzatori del convegno e dei relatori. Ma equiparare dinamiche del tutto differenti significa chiudere gli occhi di fronte alle asimmetrie di potere e alle matrici patriarcali che continuano ad alimentare la violenza contro le donne.

Il rischio più subdolo di iniziative come questa risiede nell’impostazione concettuale di molti interventi previsti. Banalizzare la violenza nelle relazioni di intimità raccontandola come una “disfunzione di coppia” o a un “conflitto tra parti equivalenti” è un salto all’indietro di cinquant’anni. Quando la violenza maschile veniva celata tra le segrete stanze e raccontata come “rapporto sadomasochista” o come una reazione maschile comprensibile perché scatenata dalla provocazione delle donne. Del resto la moderatrice nonché relatrice del convegno, sulla sua pagina fb scrive che gli uomini sono “incapaci “(a torto o a ragione) di gestire la rabbia, la frustrazione, il sovraccarico emotivo, la sofferenza psichica per un abbandono, un tradimento, una separazione conflittuale, un disagio personale, un allontanamento dai figli, una malattia di un familiare, un dissesto economico, un distress sul lavoro”. Mi chiedo quando “a ragione” un uomo può commettere un femminicidio, e mi piacerebbe chiederlo a tutti gli psicoterapeuti che interverranno al convegno.

Checché ne dicano i relatori e le relatrici, nella violenza non c’è simmetria: ci sono uno squilibrio di potere, un controllo asfissiante e una responsabilità precisa di chi agisce il maltrattamento. Raccontarla come un conflitto in cui “si è in due a sbagliare” o come una reazione alle provocazioni delle donne, spalanca le porte alla vittimizzazione secondaria, già sanzionata da ben dodici condanne della Cedu. È il modo più diretto per colpevolizzare le donne che trovano il coraggio di denunciare, facendo fare un passo indietro sia ai percorsi giudiziari che alle politiche pubbliche di prevenzione.

A confermare la matrice che non esito a definire satura di pregiudizi di questa operazione, c’è anche il linguaggio grafico scelto dagli organizzatori per promuovere l’evento. Nella locandina la figura femminile viene rappresentata attraverso le immagini mitologiche della sirena e dell’arpia. Un’iconografia che rispolvera i peggiori stereotipi misogini — la donna seducente, manipolatrice, mostruosa e tentatrice — riportando al centro del discorso pubblico un immaginario fatto di superstizioni arcaiche che mostrifica le donne e serve proprio a giustificare o minimizzare la violenza maschile. Queste sono distorsioni dettate da un preciso progetto politico che contrasteremo con fermezza. Il cambiamento culturale che si sta faticosamente costruendo in Italia da 40 anni, ha bisogno dell’impegno serio di tutti: istituzioni, media, ma soprattutto della comunità professionale di psicoterapeuti e psicoanalisti.

Riconoscere che la violenza maschile contro le donne ha una sua matrice di genere specifica, non significa escludere nessuno, significa chiamare le cose con il loro nome. Solo partendo da un’analisi rigorosa e priva di condizionamenti ideologici possiamo fornire strumenti di tutela mirati ed evitare di rendere invisibili le dinamiche di potere che abbiamo il dovere di combattere. Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti e l’assessora alle Politiche di Genere, Alessandra Camporota, hanno stigmatizzato l’iniziativa: “Leggere che La violenza non ha genere pensando, ed è purtroppo solo uno degli ultimi fatti accaduti, al femminicidio di Lorena Isceri, ha il sapore di una provocazione”.

Anche il Coordinamento dei Centri antiviolenza ha criticato duramente la lettura della violenza proposta nel convegno, ed è intervenuto con una nota sulla stampa: “È indispensabile riaffermare la necessità di un approccio rigoroso e responsabile, fondato sulla raccolta di dati statistici e sulla consapevolezza delle specificità della violenza maschile contro le donne. Riconoscere la dimensione di genere della violenza non significa affatto negare che essa possa colpire chiunque, ma vuol dire non mettere in campo distorsioni e mistificazioni che rischiano di rendere invisibili le dinamiche strutturali e gli squilibri di potere che è necessario comprendere e contrastare. In poche parole serve ad ostacolare quel cambiamento culturale al quale lavoriamo da anni e che, al contrario, esige la partecipazione delle Istituzioni, dei media, delle associazioni e della società sulla base della adesione dell’Italia alla Convenzione di Istanbul, ratificata dal parlamento il 27 giugno 2013″.

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