Mentre l’Occidente continua a raccontarsi il progresso come un destino inevitabile c’è un Paese che da secoli sembra aver imparato un’altra lezione: cambiare tutto senza smettere di essere sé stesso. È il Giappone al centro dell’ultimo libro del saggista Bruno Ballardini, “L’oro nelle crepe. Il vero tesoro della cultura giapponese”, in uscita in questi giorni per Heisenberg Editore. Non si tratta dell’ennesimo saggio di esotismo giapponese, l’autore lo dichiara esplicitamente e prende le distanze delle mode «zen», «wabi-sabi» e «kintsugi». Al centro di questo saggio culturale vi è un bersaglio più scomodo e ambizioso: come si tengono vivi dei valori per secoli? Il vero oggetto risulta dunque la pedagogia della trasmissione culturale fatta di disciplina, gesti quotidiani, memoria e pratiche condivise.
Il Giappone è il caso di studio; i destinatari siamo noi. In Un’Europa che conserva simboli ma fatica a riconoscere cosa li rende ancora vivi, il libro di Bruno Ballardini invita a riflettere su cosa resta di una civiltà quando continua a nominare i propri valori, ma ha smesso di praticarli.
Pubblichiamo in esclusiva, per concessione dell’editore, la prefazione firmata dall’autore:
A ondate alterne, torna da noi la moda o la curiosità per l’estremo Oriente. In realtà, dopo ogni ondata, non resta nulla sulle nostre rive. Sono soltanto echi lontani del primo tentativo di incontro fra Oriente e Occidente che si concretizzò con l’Expo di Parigi del 1889, dove peraltro furono “esposti” perfino i selvaggi nativi della Terra del Fuoco. Fu, in un certo senso, storicamente, la prima volta in cui l’umanità metteva in mostra sé stessa e i suoi valori per conoscersi. Per l’occasione, il Giappone presentò nel suo padiglione la propria arte e cultura tradizionale, suscitando in Europa una curiosità di tipo pressoché estetico – si veda il fenomeno del Japonisme, che influenzò l’arte Liberty, con il substrato dell’esotismo romantico di allora. Mentre pochi decenni prima, con la restaurazione Meiji, il Giappone si era lanciato in una modernizzazione tecnologica e culturale alimentata dal mito di Yōroppa (Europa). Questo incontro impari fu interrotto da due guerre mondiali e dalla fretta della ricostruzione nel dopoguerra. Quando il nostro benessere fu ristabilito, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, ci avanzò il tempo per tornare a occuparci del superfluo. E da allora, a più riprese, sono tornate le mode dell’Oriente “esotico”, da quella dello yoga e della filosofia indiana per ottenere benessere fisico e psichico, a quelle delle arti marziali e del buddhismo Zen giapponese, per ottenere efficacia e liberazione (da cosa precisamente non lo sapeva nessuno). Mode che hanno generato a loro volta altre mode, con versioni occidentalizzate e sempre più addomesticate di quelle filosofie e discipline, come ad esempio la Mindfulness, che ha attinto a piene mani dallo Zen (tanto valeva allora fare direttamente Zen), o il Kiyomeru, la moda del “riordinare casa” pubblicizzata dalle riviste femminili come “il trucco giapponese che trasforma le pulizie in una purificazione mentale e ti cambia la vita in casa” – e qui una pratica antica che ha a che fare con la meditazione viene ignorantemente declassata a “trucco”. Ma le mode culturali non ci cambiano né ci arricchiscono perché siamo stati noi a crearle per evitare di uscire anche per sbaglio dalla nostra comfort zone, per evitare il trauma dell’impatto con la vera diversità e continuare a trastullarci in ambiente protetto con oggetti che non ci appartengono e di cui non conosciamo il significato. Questo atteggiamento non ha nulla a che fare con l’incontro, con lo studio serio di un panorama culturale, il più delle volte non esprime nemmeno un’esigenza profonda che giustifichi lo sconfinamento oltre le colonne d’Ercole del nostro etnocentrismo. Ma questa forma di turismo intellettuale che nella sua superficialità non rispetta la cultura altrui, questa improvvisa tolleranza verso la diversità, indossata più per narcisismo che per un sincero desiderio di allargare i propri orizzonti cognitivi, ha alle spalle secoli di colonialismo che hanno consolidato l’abitudine a considerare le culture diverse dalla nostra come “inferiori”. Ancora in tempi recenti è stata la Chiesa cattolica ad ammonirci di non mettere sullo stesso piano la nostra cultura tradizionale con le altre per non scivolare inavvertitamente in un “pericolosissimo” relativismo.
Ciò che veniva richiesto in sostanza, in un’epoca in cui si è resa evidente la crisi dei valori occidentali, era mantenere una fede salda in quei valori, quando è stata precisamente la Chiesa a decidere in tempi passati quali preservare e quali sopprimere (seppure anche questi ci appartenessero da sempre) fra tutte le stratificazioni della nostra filosofia e delle nostre tradizioni, a partire dall’epoca greca fino ai giorni nostri. Questi valori, insegnati in modo dogmatico e staccati dalla loro pratica, conservati nel congelatore di una fede teorica, si sono lentamente decomposti fino a essere svuotati del loro valore originario che ormai è stato dimenticato dalla massa. Al punto che se qualcuno chiedesse oggi a un europeo quali siano i valori fondanti del suo essere occidentale non saprebbe cosa rispondere. Perché a svuotarsi di significato non sono stati solo i nostri valori ma anche il loro contenitore: la crisi dell’Occidente è prima di tutto una crisi del significato. C’è ancora chi si chiede come abbiano fatto altre culture, da noi sempre considerate inferiori alla nostra, a mantenersi integre fino a oggi, e in molti casi anche a superarci tecnologicamente. Anzi, c’è perfino paura a chiederselo, per il timore di dover ammettere che costoro in fondo non erano poi così “selvaggi”. Ma lo stupore di scoprire, ad esempio, che i cinesi, dall’alto dei loro quattromila anni di storia, ci considerano ancora dei “barbari”, è pari solo allo stordimento provato dai nostri antropologi culturali quando, dopo essersi fatti adottare e aver vissuto per anni in una tribù dell’Amazzonia, tornano a casa. È ciò che si chiama shock interculturale. Ancora più sbalorditivo potrebbe essere scoprire come i giapponesi siano riusciti a mante nere intatta, a distanza di secoli, la loro identità culturale, mentre noi l’abbiamo persa, o l’abbiamo vista infrangersi, nelle guerre di religione e nei costanti tentativi di colonizzazione interna con cui abbiamo combattuto la diversità, tentando ogni volta di imporre una forma mentis unica, monolitica, possibilmente assoluta e definitiva. Qualche crepa si forma sempre nella coscienza di chi si confronta con culture diverse e deve riconoscere che pure nella loro diversità hanno una logica che funziona, hanno modelli pedagogici e valori che sono perfettamente adatti al loro sistema di vita. Confrontarsi con ciò che è diverso aiuta a comprendere meglio sé stessi, arricchisce più di ogni altra cosa. Ma bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco e muovere il primo passo.
Su questa strada, il passo successivo sarebbe la scoperta che molti di quei modelli potrebbero essere più efficienti dei nostri e perfettamente applicabili anche alla nostra cultura e perfino al nostro modo di vivere. Per intenderci, sto parlando di metodi per tramandare la cultura, non di oggetti culturali. Quei metodi o modelli pedagogici potrebbero aiutarci a ridare valore ai nostri stessi valori indicandoci il modo per riconnettere fra loro i frammenti sparsi della nostra identità. Non ci sarebbe nulla da temere nel farlo. Rimarremmo ugualmente occidentali, forse in un modo più aperto alla diversità e al mutamento storico, senza per questo arrivare a quel “meticciato culturale” auspicato dai seguaci di un pensiero debole. Perché quella sarebbe, ancora una volta, una for ma (anzi la peggior forma possibile) di pensiero unico. L’Occidente, sotto l’influenza della religione, ha tentato di stabilire regole rigide per preservare i propri valori dal mutamento storico, e così facendo li ha persi. L’Oriente ha compreso i princìpi del mutamento e li ha applicati ai propri valori rendendoli immutabili. In questo modo è riuscito a mantenere la propria identità. Questo libro nasce con l’intento di aiutare a capire come in Oriente, e in particolar modo in Giappone, i valori culturali vengano an cora oggi tramandati e siano mantenuti vivi con modelli pedagogici antichi che si applicano continuamente nella vita di tutti i giorni, in una prassi da cui i valori stessi vengono costantemente riconfermati. Non come da noi, col nostro sistema di prescrizioni etico-religiose rigide e totalmente scollate dalla realtà, sotto l’influenza di religioni monoteiste che per secoli hanno escluso ogni forma di salvezza al di fuori di sé stesse e con norme etico-giuridiche artificiali calate dall’alto senza nessuna assimilazione dal basso. In questo immane sforzo di autopreservazione, si è alimentato in Occidente il pregiudizio verso il diverso e un ormai inconscio disprezzo verso ogni altra cultura ritenuta inferiore, da bravi figli di un Dio superiore. Abbiamo alle nostre spalle secoli di questa “educazione” e non ricordiamo più nemmeno come abbiamo fatto a diventare così.
Nella cultura giapponese, invece, con le sue radici buddhiste, il rispetto per il prossimo, fosse anche un minuscolo insetto, una pianta, o un sasso, sviluppa l’attenzione verso tutte le forme di esistenza, verso il mondo intero, e favorisce un atteggiamento di costante contemplazione che in realtà è il primo gradino verso la consapevolezza. Infine, il titolo di questo libro. Non sarà difficile notare il chiaro riferimento al kintsugi, l’arte giapponese nata nel XV secolo con cui si riparano ceramiche rotte utilizzando lacca e polvere d’oro, esaltando le crepe anziché nasconderle. Questa tecnica trasforma la rottura in un punto di forza, donando al manufatto una nuova vita e un valore ancora maggiore. Ma sul piano simbolico, per i giapponesi, simboleggia la bellezza dell’imperfezione, la resilienza, perché le cicatrici interiori rendono le persone uniche, preziose e più forti di prima. Bello, vero? Fin qui sembrerebbe materia ideale per il solito esotismo modaiolo, e sinceramente non c’è alcun bisogno di farci sopra l’ennesimo libro New Age. A noi invece interessa un altro aspetto, che viene normalmente tralasciato, ed è una chiave che può aprire un intero universo perché il modo in cui il kintsugi è stato tradotto in metafora rivela un preciso modello pedagogico: nella cultura giapponese, a tutto si può attribuire un significato simbolico, collegando oggetti, gesti, rituali e pratiche ad altrettanti princìpi etici e filosofici, rendendo vivi quei princìpi e mostrando come applicarli nella vita di tutti i giorni. Le pagine che seguono parlano di questo sistema di valori e del modo in cui da secoli viene tramandato. È questo ciò che di più prezioso la cultura giapponese ha da offrire all’umanità.