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L’inchiesta di Clepa sull’auto elettrica è confusa: non si struttura così un dibattito pubblico

L’8 settembre Quattroruote ha pubblicato un articolo sul fatto che in Italia quasi nessuno vuole l’auto elettrica. Ma è vero? Come sempre, bisogna verificare
L’inchiesta di Clepa sull’auto elettrica è confusa: non si struttura così un dibattito pubblico
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L’8 settembre Quattroruote ha pubblicato un articolo intitolato Auto elettrica: solo l’8% degli europei intende comprarne una, in Italia ancora meno. La notizia è rimbalzata sui media sempre con lo stesso taglio: quasi nessuno vuole l’auto elettrica. Ma è vero? Come sempre, bisogna verificare.

Cominciamo dal fatto che il sondaggio è stato commissionato da Clepa, l’associazione europea dei produttori di componentistica, e rilanciato in Italia da Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica). Non sono proprio entità neutrali sulla questione. I fornitori di componenti sono il segmento della filiera più esposto alla transizione, dato che un’auto termica contiene un numero di componenti molto maggiore rispetto a una elettrica. Questo non vuol dire che i dati sono falsi, assolutamente no. Ma diciamo che c’è un interesse a interpretarli in un modo favorevole per i committenti.

Poi, cosa comprende il sondaggio? Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna. È vero che sono “oltre il 70% del mercato”, ma cinque paesi non sono l’Europa. L’inchiesta non considera i paesi europei dove la penetrazione dell’elettrico è più alta (i Paesi Bassi, il Belgio, la Danimarca e la Svezia).

Andiamo ad approfondire: non esiste un vero e proprio studio argomentato sui risultati del sondaggio. Esistono solo delle tabelle sul sito di Yougov. Nessuno dei comunicati stampa ha linkato a questi dati. Ma nelle tabelle ci sono delle cosette interessanti.

Cominciamo dal quesito che ha generato il famoso 8% (6% per l’Italia). La domanda era: “Pensando al suo prossimo acquisto di un veicolo, quale dei seguenti, se ce n’è uno, è più probabile che acquisti? Ne selezioni fino a due”. Ecco i risultati secondo Quattroruote: 6% batteria, 23% ibrida, 12% plug-in hybrid o range extender e il 26% benzina.

Mancano diverse cose in questo elenco. In parte sono “non preferenze” (non so, non acquisterò un veicolo). Sono il 31% degli intervistati italiani, ma il 6% elettrico è calcolato includendo anche loro. Se si guarda soltanto a chi un’auto la comprerà, la quota salirebbe verso il 9%. Poi ci sono i veicoli a idrogeno, 5%, e carburanti rinnovabili (e-fuel compresi) 4%. Da notare che le tecnologie (teoricamente) rinnovabili che la “neutralità tecnologica” dovrebbe salvaguardare sono desiderate meno di quella che, secondo il titolo, non vuole nessuno: le batterie.

Ma dov’è finito il gasolio per i motori diesel? Scomparso dai comunicati stampa, ma si vede dalle tabelle che raccoglie l’11% delle preferenze. Perché non menzionarlo? Beh, è un risultato poco accettabile per qualcuno che si dichiara a favore della neutralità tecnologica e, allo stesso tempo, della riduzione delle emissioni.

Poi c’è la questione politica. Anche qui i media hanno riportato due numeri su quattro. Le opzioni erano: l’Ue dovrebbe vietare completamente i veicoli ad alte emissioni (22% in Italia), l’Ue dovrebbe solo incentivare i veicoli a basse emissioni (47%), l’Ue non dovrebbe avere alcun ruolo nel mercato dell’auto (13%), non so (18%). Il 13% che vorrebbe Bruxelles fuori dalla partita è scomparso da ogni resoconto, e con esso il 18% di indecisi. Comunque sia, il 47% contro il 22% non dimostra niente: a tutti piace di più la carota del bastone.

In più, c’è proprio un errore sulle cifre: secondo i comunicati, il 47% dei rispondenti indica il prezzo dei veicoli fra le barriere principali, il 42% il costo dell’elettricità, il 40% le colonnine e il 32% l’autonomia. Ma quella domanda è stata mostrata soltanto a chi aveva già risposto che l’Italia non è pronta: 781 intervistati su 1028. Sono quindi il 47% di tre quarti del campione, non del totale: quindi circa il 36%.

C’è poi la questione dei “250 miliardi di investimenti” fatti dall’industria automobilistica secondo Roberto Vavassori, presidente di Anfia. È un numero di origine Acea che non ha niente a che vedere con il sondaggio, ma circola da oltre un anno senza che nessuno abbia mai pubblicato come sia stato calcolato. Si riferisce a quanto avrebbe speso l’industria europea per l’elettrificazione dei veicoli in un periodo non specificato. Ma qual è il punto di citare questo dato? L’industria europea ha speso troppo? O non ha speso abbastanza?

Non è chiaro, ma sappiamo che l’industria europea ha passato più di un decennio a uscire dal segmento delle vetture piccole ed economiche per entrare in quello dei Suv ad alto margine, e poi ha elettrificato quel portafoglio. Le elettriche care sono una strategia di prodotto, non una legge di natura. Se ora l’industria si trova in difficoltà è perché non ha fatto le scelte giuste.

Sulla neutralità tecnologica, infine, una nota. Il sondaggio presenta le alternative (idrogeno e combustibili rinnovabili) come equivalenti alle auto elettriche, ma non lo sono. Nessuna si avvicina all’efficienza dell’ordine del 70-80% dell’auto elettrica. Neutralità non basata sulle batterie significa, nella pratica, un fabbisogno di energia parecchie volte maggiore. Qualunque valutazione seria della transizione deve mettere un prezzo su questa asimmetria.

Per correttezza, bisogna dire anche che i problemi con l’elettrificazione del parco automobilistico esistono: alti costi, scarsa infrastruttura, potere di acquisto limitato e altre cose. Ma dobbiamo cercare di superare questi problemi, non rimanere attaccati alle vecchie tecnologie che ci porterebbero a una disastrosa perdita di competitività sul mercato internazionale. Invece, insistiamo a demonizzare l’auto elettrica.

Questa inchiesta di Clepa è confusa, insufficiente, male interpretata, e peggio diffusa sulla stampa. Non è così che si dovrebbe strutturare un dibattito pubblico.

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