Il principe Emanuele Filiberto di Savoia non è solo figlio di un Re. Nella sua vita ha cercato di costruirsi una vita politica, si è dedicato allo spettacolo. E ci è riuscito vincendo Ballando con le Stelle e cantando al Festival di Sanremo. Ma quello è un recente passato che gli ha permesso di farlo conoscere e apprezzare. Oggi è impegnato nella valorizzazione del patrimonio storico di Casa Savoia, nella produzione di olio e vino, e in diverse iniziative culturali e benefiche. E c’è anche una squadra di calcio: il Savoia. «L’abbiamo rilevata quando era in Eccellenza insieme al mio amico Nazario Matachione e oggi è arrivata in Serie C. Abbiamo creato anche un’Academy sportiva dedicata ai giovani che vivono situazioni di difficoltà». Non si fa chiamare Presidente perché «se dovete darmi un titolo, allora chiamatemi Principe».
E poi? C’è anche un libro, uscito lo scorso giugno. Un libro dedicato a sua nonna Maria José del Belgio, l’ultima regina d’Italia, «uno dei miei angeli custodi».
Un angelo custode «anticonformista e dotata di rara intelligenza. Penso davvero che continui a esserci e, più di una volta, mi capita di voltarmi pensando che ci sia qualcosa. Poi non c’è niente, ma sono certo che la nostra anima non finisca lì».
A Il Messaggero apre la valigia dei ricordi e racconta la sua estate memorabile. «Avevo dodici anni, nel 1984, e sono partito con i miei genitori. Quando non andavamo nelle nostre case a New York, Ginevra, Cavallo, evitavamo i luoghi affollati. Partivamo noi tre ed era un momento speciale per parlare senza altre persone intorno. Studiavo in collegio in Svizzera e, durante l’anno, vedevo poco la mia famiglia». Il racconto si fa subito interessante. «Avevamo una barca, un Riva, e siamo partiti con un solo marinaio da Cannes fino a Cadaqués, in Spagna. (…) Una volta arrivati, abbiamo affittato un vecchio castello che si trovava vicino all’abitazione di un amico di mio padre: Salvador Dalí. Viveva a Portlligat, a pochi chilometri da Cadaqués, in una casa incredibile e surreale, quella con le uova sul tetto». Non era già più il periodo di Amanda Lear. C’era la moglie Gala «che era simpatica e totalmente germofobica. Non ti salutava stringendoti la mano, ma appoggiava appena un dito sul tuo vestito dicendo: Ciao. Ricordo i quadri, i colori magnifici e quelle uova sul tetto che, ai miei occhi, erano qualcosa di meraviglioso. Mi ricorderò sempre che Dalí ci aspettava in un enorme ambiente, con in fondo una grande seduta, quasi una sala del trono».
E continua: «Dalí era seduto su questo trono e devo dire che avevo un po’ paura. Era un uomo grande, vestito tutto di bianco coi grandi baffi, che ti guardava in un modo un po’ severo. Mi sono avvicinato diffidente. Superata la paura iniziale, mi faceva sorridere. Forse è anche un po’ colpa sua se anch’io, crescendo, sono diventato qualcuno un po’ fuori dagli schemi». Già fuori dagli schermi. Emanuele Filiberto descrive la casa come un vero e proprio museo, pieno di stranezze. «Entrare nella sua casa significava entrare nel suo immaginario. Aveva un asino, che andavamo spesso a vedere, e anche un pollaio. Nel giardino metteva in scena delle vere e proprie performance artistiche: faceva arrivare personaggi molto strani, almeno ai miei occhi di dodicenne, e donne seminude che prendevano parte alle sue rappresentazioni. A volte scendevamo in paese e quando arrivava, veniva acclamato dalla gente. Salutava tutti con una benedizione».
Un’artista fuori dal comune di cui Emanuele possiede dei ricordi. «Abbiamo qualche quadro, come La donna con una baguette in testa, che Dalí mi regalò proprio quell’estate, e anche una bellissima scultura che raffigura una donna-giraffa. Ha un collo lunghissimo e dei piccoli cassetti inseriti nel corpo. Mio padre la regalò a mia figlia Vittoria, che si interessa d’arte ed è curatrice di mostre».