La pineta di Mornese brucia da due settimane e quasi nessuno ne parla: il problema è anche culturale
di Paolo Gallo
Da oltre una settimana, sulle colline tra Piemonte e Liguria, brucia un pezzo di natura protetta e nessuno, fuori dall’Alessandrino, sembra essersene accorto. La pineta di Mornese, nel cuore del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo, area regionale istituita nel 1979, inserita nella rete Natura 2000 come sito di importanza comunitaria, è avvolta dalle fiamme dal weekend del 1° e 2 agosto. Un rogo che si è illuso più volte di essere domato, per poi riprendere vigore tra il 3 e il 4 agosto, e ancora nei giorni successivi, alimentato dal vento e da una siccità che non lascia tregua.
Il bilancio provvisorio parla di circa 57 ettari di bosco distrutti, con fronti attivi che hanno interessato l’area dei Laghi della Lavagnina, il versante del Pantalé e quello del Roverno. Sul campo si sono alternati, in una mobilitazione durata giorni, circa 130 tra vigili del fuoco, volontari del Corpo Antincendi Boschivi del Piemonte, Protezione Civile e Carabinieri, supportati da Canadair ed elicotteri regionali che si sono riforniti d’acqua persino al largo di Genova Voltri.
Il fumo, portato dal vento, è arrivato fino al capoluogo ligure, percepibile in Val Polcevera. Sette famiglie di via San Carlo sono state evacuate precauzionalmente, così come una cascina nel confinante comune di Bosio, mentre i pompieri lavoravano per mettere in sicurezza i filtri dell’acquedotto, per evitare il rischio contaminazione.
La Regione Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica e per gli incendi boschivi che stanno colpendo il territorio. Eppure, di tutto questo, la stampa nazionale non ha detto quasi nulla. La notizia è rimasta confinata alle cronache locali dell’Ovadese e dell’Alessandrino, come se un’area naturale protetta che brucia da dieci giorni fosse un fatto di paese, e non, come dovrebbe essere, un allarme che riguarda l’intero Paese.
Le cause dell’incendio restano, a oggi, non accertate. Ed è proprio questo, insieme al silenzio mediatico, a dover preoccupare. Un’area sottoposta a vincoli di tutela, gestita da un ente pubblico, che brucia per giorni senza che si sappia se l’origine sia colposa, dolosa o legata alle condizioni climatiche estreme, meriterebbe accertamenti rapidi e trasparenti, non il rischio che tutto si esaurisca in un fascicolo archiviato senza clamore.
Il caso di Mornese non è isolato. È l’ennesimo campanello d’allarme su un sistema di prevenzione e sorveglianza dei parchi italiani che fatica a stare al passo con estati sempre più calde e siccitose. Gli enti gestori delle aree protette, spesso sottofinanziati, si trovano a fronteggiare emergenze che richiederebbero risorse, mezzi aerei e personale specializzato in pianta stabile, non solo la buona volontà di volontari e vigili del fuoco chiamati a intervenire quando ormai il fuoco è già esteso.
Se un parco naturale, tutelato dalla legge regionale e riconosciuto dall’Unione Europea come sito di interesse comunitario, può bruciare per dieci giorni restando fuori dai radar dell’informazione nazionale, il problema non è solo ambientale: è anche culturale. Significa che continuiamo a considerare la tutela del territorio una questione locale, non una priorità nazionale.
Mornese dovrebbe invece essere l’occasione per chiedere conto, a chi di dovere, di due cose semplici: perché ci sono voluti dieci giorni per spegnere un incendio in un’area protetta, e perché, ancora oggi, non sappiamo come sia cominciato.