Migranti climatici in aumento, ma sono ignorati. La consulente Onu: “Col Piano Mattei persa un’occasione”
Ventisette milioni di spostamenti l’anno provocati da eventi meteorologici: è la media dell’ultimo decennio richiamata dall’UNHCR sulla base dei dati dell’IDMC. Uno dei più recenti monitoraggi registrava 511.797 spostamenti interni solo tra gennaio e marzo 2026, oltre 400.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Di questi, 476.142, il 93%, sono legati alla siccità. Dietro le partenze ci sono anche raccolti perduti, scarsità d’acqua e condizioni sanitarie precarie, che inaspriscono guerre e malattie.
“Il clima continua a essere un acceleratore come mai prima”, spiega Angelica De Vito, consulente diplomatico ONU per lo studio dei migranti climatici ed esperta di transizione e giustizia ambientale, tra i protagonisti fino al 27 settembre di Eco Sanfra, il festival ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco e dedicato alla sostenibilità, a Perugia. “In alcune parti del mondo, come in Australia, i cittadini delle isole Tuvalu sono praticamente estratti a sorte per un visto di residenza permanente”. Le politiche attuate finora non bastano. “In Italia – dice De Vito – aiutiamoli a casa loro” poteva passare da slogan vuoto a intervento reale con il tanto decantato Piano Mattei, che invece è per ora una scatola vuota”.
De Vito, si parla abbastanza di migrazioni climatiche? Qual è il quadro attuale?
Nel 2023 un rapporto dell’OIM parlava di 33 milioni di persone che si spostano internamente. Tra le aree di maggiore stress climatico ci sono Bangladesh, Pakistan, Africa subsahariana e Africa del Nord, ma il fenomeno riguarda anche alcuni territori dell’Italia meridionale. La Banca mondiale ha poi stimato che entro il 2050 avremo 216 milioni di persone che si spostano internamente. Divulgare questi numeri aiuterebbe a capire perché è necessario parlarne.
Sarà forse un giudizio impopolare, ma rispetto a qualche anno fa vedo un cambiamento. Prima mi chiedevano come mi fosse venuto in mente di occuparmi di migranti climatici, adesso mi chiedono dove si presenta il fenomeno. È un buon segno. Dall’altro lato, non se ne parla ancora abbastanza, forse perché non siamo pienamente consapevoli dei numeri e della portata del problema.
C’è una progressione di anno in anno che deve tenerci in allerta?
Ogni anno questi numeri variano dello 0,5-1 per cento. Sembrano percentuali basse, ma, rapportate a una base di oltre 30 milioni di persone, la differenza è importante.
Le politiche ambientali adottate finora funzionano o siamo di fronte ad un generale greenwashing?
Ci sono politiche che, se applicate più ampiamente, potrebbero dare risultati migliori. In questo momento sono soprattutto le piccole isole a battersi, anche nei tribunali, per la giustizia climatica, che comprende il tema delle migrazioni.
Guardando alle politiche italiane, a partire dal Piano Mattei, vedo una grande occasione persa nello slogan “aiutiamoli a casa loro”: è stato molto divisivo, mentre avrebbe potuto creare ponti. È stato usato per dire “non vogliamo migranti” e per parlare di remigrazione. Ma può essere anche una chiave per evitare il greenwashing: dovremmo concentrarci sulla violazione del diritto a restare.
Che cosa significa concretamente proteggere questo diritto?
Quando intervisto un ragazzo di 18 anni che scappa dal Congo e gli chiedo perché, molte risposte riguardano la scarsità di cibo e acqua. Bisogna aiutare le popolazioni che non hanno tecnologie e infrastrutture, attraverso una cooperazione internazionale reale, perché il diritto a restare sia riconosciuto.
È la logica alla quale avrebbe dovuto rispondere il Piano Mattei?
Sì, e lo vedo come una grande occasione mancata dall’Italia. Durante il G7 italiano del 2024 avevamo presentato il Piano Mattei, mosso proprio da questa logica: coinvolgere le migliori aziende e il know-how italiano per aiutare lo sviluppo dell’Africa e di alcuni Paesi del Centro America e Cuba. C’era un disegno preciso. Invece si vedono solo le tre pagine pubblicate il 5 gennaio 2024, che dovevano essere la spinta per iniziare la scelta dei progetti. Di questi progetti non si sa nulla. Alcune informazioni le ho ricavate da un servizio giornalistico con reportage in Kenya, ma molto poco.
È rimasto solo sulla carta, almeno da quello che sappiamo?
Esatto. Tantissimi Paesi, invece, hanno reso concreto questo tipo di accordo. Abbiamo esempi come Uganda e Ruanda, con una forte impronta cinese nella tecnologia e nell’organizzazione della vita educativa. Lì lo spopolamento per necessità si è ridotto molto. Anche gli ingressi in Italia di persone originarie di quei Paesi sono ridotti rispetto ai dati del 2011 e del 2018. Le tecnologie permettono di utilizzare il suolo in modo più intelligente, secondo ritmi della natura che sono cambiati.
L’UNHCR parla di oltre mezzo milione di spostamenti nei primi mesi del 2026. Come incide il caldo sulle migrazioni climatiche?
La definizione stessa di migrante climatico è al centro della discussione. Si possono seguire due strade: chiedersi quale sia il termine giuridicamente più corretto, se migrante perché manca l’acqua o rifugiato perché quella mancanza viola diritti fondamentali; oppure concentrarsi sulla parola “clima”, molto usata e talvolta abusata.
Il punto è guardare al clima come acceleratore delle crisi. Il caldo estremo viene ancora trattato come un evento isolato, mentre bisogna guardare alla tendenza. Tutti hanno parlato di El Niño quest’estate, ma pochi sanno che in realtà non è ancora arrivato. El Niño non significa semplicemente che fa caldo: indica un’alterazione complessiva delle temperature, con caldo ma anche freddo, in una continua ricerca di equilibrio del pianeta.
Per le migrazioni contano gli effetti del caldo sul suolo: perdita d’acqua e raccolti, ma soprattutto malattie che si diffondono più facilmente tra popolazioni con risorse scarse e in condizioni di precarietà sanitaria. Un giorno a Parigi sono morte quaranta persone: i giornali dicevano che erano morte di caldo, ma, analizzando anche le loro condizioni sanitarie, il clima fungeva da acceleratore.
In quali Paesi il problema è più marcato?
Penso a due Paesi che vivono un’emergenza climatica ancora invisibile. Il primo è il Bangladesh, dove intere famiglie e giovani sono costretti a migrare a causa delle continue inondazioni. L’altro è il Sudan, dove invece non piove da mesi. C’è una parte del mondo che si sposta per paura dell’acqua e un’altra che si sposta perché, per trovare acqua potabile, deve camminare per cinque chilometri.
E in Italia?
Dal 2024 abbiamo un documento che potrebbe aiutarci a orientarci negli anni successivi: un rapporto dell’ISPRA che comincia a registrare in modo puntuale le persone spostate internamente, nella stessa regione o verso un’altra regione italiana, per alluvioni o siccità. Nel 2024 si parlava di circa 100 mila persone.
Quanto è difficile riconoscere queste persone e proteggerne i diritti?
È difficile passare dal vedere un problema a riconoscerlo e prevedere meccanismi di protezione. Ci sono tentativi particolari, come la “lotteria dell’asilo climatico” avviata dall’Australia per gli abitanti di Tuvalu.
Cioè?
Dal 2025 si può presentare una candidatura, un po’ come per la green card. Sono previsti pochi titoli permanenti. Il programma dovrebbe portare progressivamente gli abitanti verso l’Australia, ma il percorso sarebbe lunghissimo. Secondo le stime, Tuvalu avrebbe un futuro di appena dieci anni; per trasferire tutte le persone presenti sul territorio, con questo meccanismo, servirebbero almeno 170 anni. È un tempo che non abbiamo e non possiamo permetterci.