Caro carburanti, da domani giù lo sconto sulle accise. Eni annuncia un tetto ai prezzi: per un mese gasolio a 2,19 euro/litro e benzina a 1,99 euro/litro
Eni annuncia un tetto ai prezzi dei carburanti: da lunedì 28 settembre il diesel verrà venduto a non più di 2,19 euro al litro e la benzina a 1,99. Secondo i dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit aggiornati a venerdì, il gasolio in modalità self service costa ora in media 2,338 euro al litro sulla rete stradale, mentre in autostrada la media è a 2,421 euro. Per la benzina i prezzi sono rispettivamente di 2,154 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,247 in autostrada. Il price cap durerà 30 giorni, “con possibilità di estensione fino alla fine dell’anno in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti”. E arriva non a caso il giorno prima del dimezzamento dello sconto su accise e Iva sul diesel deciso dal governo Meloni con il decreto del 16 settembre: lo sgravio, già sceso a 12,2 centesimi al litro Iva compresa, calerà a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre. Se dopo quella data le imposte saliranno, il tetto sarà rivisto al rialzo di conseguenza.
Facile immaginare che la partecipata del Mef abbia concordato con Palazzo Chigi e via XX Settembre quello che definisce “contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela” al posto dell’ipotetica tassazione degli extraprofitti energetici caldeggiata a più riprese dalla Lega e sostenuta da Giancarlo Giorgetti, convinto però che debba essere introdotta in maniera coordinata a livello Ue. Finora il balzello è rimasto in standby e il governo si è limitato a chiedere un mini acconto sulla tassazione dei dividendi anticipati. Palazzo Chigi ringrazia per il “lodevole atto di attenzione all’Italia”, che “va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”. Fratelli d’Italia festeggia. Il vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, parla di “esempio concreto di come, soprattutto nei momenti difficili, debba funzionare il sistema Paese: istituzioni e grandi imprese nazionali che, ciascuna nel proprio ruolo, si assumono una responsabilità verso famiglie e imprese”. E sottolinea come questa sia la strada preferita dagli azzurri, “non interventi dirigisti o nuove tassazioni costruite attorno al concetto degli extraprofitti. Non è penalizzando le imprese che investono e producono ricchezza che si difende il potere d’acquisto degli italiani”.
La riedizione del 2012
L’iniziativa richiama la campagna “Riparti con Eni” dell’estate 2012, quando – a valle della crisi finanziaria e del debito, e a fronte di un crollo dei consumi – il gruppo aveva applicato sconti di circa 20 centesimi al litro nei fine settimana. Nei giorni scorsi Confimprenditori aveva caldeggiato una riedizione di quell’intervento ricordando che “un’iniziativa commerciale della sola Eni innescò una guerra dei prezzi che portò benzina e diesel sotto la soglia psicologica del momento, trascinando l’intero mercato”. Anche Federpetroli ha sottoscritto la proposta.
Consumatori: “Ottima notizia”
Secondo i calcoli dell’Unione nazionale consumatori, prima dell’annuncio di Eni il gasolio con lo sconto dimezzato sarebbe salito a 2,399 euro al litro sulla rete stradale e a 2,482 euro in autostrada. Ora il presidente Massimiliano Dona parla di “ottima notizia”: “Non possiamo che esprimere il nostro consenso e il plauso per questa iniziativa. Certo è possibile che questa mossa voglia ridurre le possibilità di una tassazione sugli extraprofitti avanzata da molti in questi mesi, ma ha poca importanza. A fronte dell’immobilismo di questo Governo che fa sempre meno per il caro carburante mentre i prezzi salgono sempre più, superando ogni precedente storico, non possiamo che essere contenti che società quotate in borsa facciano più di quanto faccia la politica”.
“Bene il price cap”, concorda il Codacons, “considerati i listini alla pompa e la riduzione dello sconto sulle accise che scatterà domani, determinerà un risparmio da 10,4 euro su un pieno di gasolio, beneficio che sale a 11,2 euro per un pieno di benzina”.
Pd: “Governo indichi strategia”. Avs: “Il prezzo calmierato era possibile, invece dilapidati 2,8 miliardi”
“Siamo ormai al mondo al contrario della destra”, reagisce il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia. “Chigi ringrazia Eni. L’iniziativa di Eni come qualsiasi contributo straordinario è comunque positivo e ogni centesimo risparmiato dalle famiglie conta. Ma la domanda è un’altra: è Eni che deve supplire alle scelte del governo o è il governo che deve indicare una strategia chiara alle grandi aziende partecipate dallo Stato?. Se Eni poteva intervenire, perché non lo ha fatto prima e perché il governo non glielo ha chiesto? Le famiglie non avevano bisogno di un grazie oggi di Chigi, ma di uno Stato sempre presente, soprattutto mentre facevano il pieno e pagavano il conto. Eni non è un benefattore al quale Palazzo Chigi deve rivolgere un ringraziamento: è una grande azienda italiana sulla quale lo Stato esercita il controllo di fatto attraverso le partecipazioni del Ministero dell’Economia e di Cassa Depositi e Prestiti”.
“La decisione di Eni di fissare un tetto al prezzo di benzina e gasolio dimostra che il prezzo calmierato era possibile, come avevamo sempre chiesto noi”, commenta Angelo Bonelli di Avs. “Il Governo ha invece dilapidato 2,8 miliardi di euro di soldi pubblici per il taglio delle accise, togliendo risorse a sanità e trasporto pubblico, quando avrebbe potuto intervenire con un decreto legge per calmierare direttamente il prezzo dei carburanti considerata l’emergenza legata alla guerra. La decisione di Eni conferma oggi, nei fatti, che quella strada era possibile. È esattamente ciò che chiedevamo: intervenire sul prezzo alla pompa per tutelare famiglie e imprese, invece di destinare miliardi di risorse pubbliche a una misura che non ha risolto il problema del caro carburanti, anzi ha arricchito i petrolieri e le grandi lobby energetiche. Torno a sollecitare un decreto legge che fissi il prezzo di carburanti ed energia perché mentre gli italiani diventano sempre più poveri le grandi società energetiche e petrolieri hanno accumulato profitti ingenti”.
“Da mesi chiediamo al governo di abbassare il prezzo della benzina, ma c’è una cosa che il governo potrebbe fare e non sta facendo: perché non interviene e si porta a casa gli extraprofitti che queste imprese hanno fatto e non riduce non per un mese, ma stabilmente, le accise che oggi esistono sulla benzina?”, il commento del segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Invece, “si continuano a fare degli spot e non si fanno degli interventi molto precisi”.
Il governo convoca le raffinerie
“La contrazione dell’offerta di prodotti raffinati sul mercato internazionale che deriva dalle crisi geopolitiche in corso, associata alla carenza di capacità di raffinazione a livello europeo (quasi 30 raffinerie chiuse negli ultimi 15 anni), ha portato i prezzi dei carburanti a livelli estremamente onerosi per le famiglie e le aziende italiane”, ricorda nel suo comunicato il Cane a sei zampe, che raffina oggi in Italia circa 13-14 milioni di tonnellate di carburanti l’anno, pari al 20-22% del fabbisogno nazionale, nei poli di Sannazzaro de’ Burgondi, Taranto e Milazzo, e detiene una quota analoga del mercato al dettaglio. L’aumento dei prezzi di benzina, gasolio e cherosene non dipende infatti soltanto dal rialzo del greggio legato alla guerra in Iran, ma anche dalla riduzione dell’offerta globale di prodotti raffinati. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha tagliato fuori dal mercato parte degli impianti del Golfo, mentre i bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe hanno ridotto la produzione. Il problema riguarda l’intera Europa, che ha chiuso negli ultimi anni una trentina di impianti e oggi dipende dalle importazioni di carburanti raffinati.
Per verificare la situazione italiana, i ministeri delle Imprese e della Sicurezza energetica hanno convocato per giovedì 8 ottobre le principali società di raffinazione che operano nel Paese: Sonatrach, Socar-Ip, Iplom, Kpi, Alma Petroli, Ludoil/Isab, la stessa Eni, Saras e Innovhub. Obiettivo, capire se esistano margini per aumentare la produzione. Le raffinerie italiane, stando ai dati dell’Unem, l’associazione delle imprese petrolifere, risultano attualmente utilizzate per circa il 77% della capacità. Nel Paese sono attivi dieci impianti, a cui si aggiungono due bioraffinerie, a Marghera e Gela, e una raffineria in conversione al bio, a Livorno. Nel 2025 la produzione nazionale di prodotti raffinati è stata pari a 63,7 milioni di tonnellate, superiore al fabbisogno nazionale. Ma buona parte viene venduta all’estero.
L’allarme di Federpetroli
Sul fronte dell’offerta pesa però anche l’incertezza sulle possibili restrizioni alle esportazioni statunitensi. Nelle ultime settimane il presidente Usa Donald Trump ha più volte sottolineato con preoccupazione l’aumento dei prezzi del diesel e, ha scritto Politico poi smentito dalla Casa Bianca, potrebbe vietare per 90 giorni le esportazioni dagli Usa in vista delle elezioni di Midterm. Un’ipotesi alla quale la Commissione Ue ha reagito “con preoccupazione”. “Se veramente il presidente Donald Trump ha intenzione di bloccare l’export di diesel dagli Usa potremmo assistere a una crisi energetica dell’Europa che penso non si sia mai vista negli ultimi 30 anni”, avverte Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, interpellato da LaPresse. “Potremmo avere problemi di prodotto e di prezzo, considerando una previsione di oltre 120/140 dollari a barile per il greggio di riferimento europeo”.