Perché il nucleare non può essere presentato come soluzione all’emergenza energetica
di Pietro Francesco Maria De Sarlo
Il Senato ha appena approvato la legge delega sull’energia nucleare sostenibile. Ma una legge non produce un solo chilowattora. Prima di parlare del nucleare come risposta ai problemi energetici italiani bisognerebbe rispondere almeno a tre domande: quanto costa il nucleare nuovo, quando potrebbe realmente entrare in funzione e dove metteremo le scorie.
Partiamo dai costi. Una centrale nucleare esistente e ammortizzata può produrre nell’ordine di 2,5-5 centesimi di dollaro per kWh. Ma costruirne una nuova è tutt’altra cosa: un impianto realizzato in serie viene stimato fra 7 e 11 centesimi, mentre un primo grande reattore occidentale può arrivare a 12-22 centesimi per kWh. Per i primi SMR, i piccoli reattori modulari sui quali oggi si punta molto, le stime arrivano a 12-25 centesimi o più. Per confronto, il fotovoltaico è nell’ordine di 3-7 centesimi e l’eolico terrestre di 3-7,5.
Poi ci sono i tempi. Olkiluoto 3 in Finlandia ha richiesto circa diciotto anni dall’avvio della costruzione alla produzione regolare. Flamanville 3 in Francia ha accumulato ritardi analogamente enormi. Non significa che tutte le centrali future richiederanno tanto, ma l’Italia dovrebbe ricostruire filiera, competenze, autorizzazioni e capacità industriale. Gli stessi SMR non dispongono ancora di una vera produzione commerciale in serie.
La Francia viene indicata spesso come modello, ma partì dopo la crisi petrolifera del 1973 costruendo decine di reattori standardizzati in pochi anni, con una grande industria pubblica e continuità di ordini. È questa struttura industriale, costruita mezzo secolo fa, che consente oggi alla Francia di ricavare gran parte della propria elettricità dall’atomo. Il nuovo nucleare mondiale, non casualmente, è oggi concentrato soprattutto in Cina e nei Paesi che possiedono filiere industriali consolidate.
E neppure l’indipendenza energetica sarebbe risolta. La pechblenda, uno dei minerali dai quali si ricava uranio, non rappresenta una risorsa mineraria italiana disponibile su scala industriale; inoltre il combustibile nucleare richiede conversione, arricchimento e fabbricazione. Il nucleare riduce quindi la dipendenza da gas e petrolio, ma la sostituisce con una diversa dipendenza internazionale, però più facilmente gestibile attraverso scorte pluriennali. Le maggiori miniere di pechblenda si trovano in Kazakistan e uno dei maggiori raffinatori è, indovinate, la Russia.
Resta infine il problema delle scorie, particolarmente familiare ai lucani. L’Italia non è ancora riuscita a realizzare il deposito nazionale necessario persino per i rifiuti radioattivi già esistenti. Nel 2003 il tentativo di localizzarlo a Scanzano Jonico provocò una mobilitazione tale da costringere il Governo a ritirare quella scelta. Molti dei favorevoli al nucleare forze cambierebbero idea se depositi e centrali fossero collocate vicino casa loro. Una cosa è individuare un sito tecnicamente idoneo, un’altra trovare una comunità disposta ad accoglierlo.
Non dimentichiamo neppure il referendum del 2011. Non ha creato un divieto costituzionale eterno e il Parlamento può tornare a legiferare sulla materia, ma resta politicamente rilevante che gli italiani si siano pronunciati allora in modo nettissimo contro il ritorno al nucleare.
Dulcis in fundo le centrali nucleari sono l’obiettivo preferito di terroristi ed eserciti nemici.
Nel frattempo esistono interventi disponibili subito: risparmio ed efficienza energetica, fotovoltaico, eolico, reti, accumuli, pompaggi e gestione intelligente della domanda. Una riduzione dei consumi finali di 10 Mtep significherebbe circa 116 TWh all’anno di energia che non dobbiamo né produrre né importare.
Il nucleare non può essere presentato come soluzione dell’emergenza energetica di oggi. Non può per decreto ridurre costi e tempi di una filiera industriale o trovare una comunità disponibile ad accogliere le scorie.