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Che arroganza quell’editoria che pretende di raccontare la natura senza averci mai avuto a che fare

La vera umiltà non si impara sulle citazioni d'autore, ma sulla biologia, sulla fisica e sul metodo scientifico
Che arroganza quell’editoria che pretende di raccontare la natura senza averci mai avuto a che fare
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di Giuseppe Murante

C’è un fenomeno curioso che contagia una parte consistente dell’editoria e della filosofia contemporanea: la pretesa di raccontare la Natura senza averne mai toccato un millimetro quadrato. Prendete uno dei tanti saggi acclamati sui banconi delle librerie, di quelli che promettono di disvelare il “versante animale”, di restituirci lo sguardo del selvatico o di smontare l’antropocentrismo della cultura occidentale. Apri il volume, sfogli un centinaio di pagine e cosa trovi? Non una vibrissa, non l’impronta di una zampa sul fango, non la biomeccanica straordinaria di una mosca che mappa la turbolenza dell’aria con occhi sfaccettati a velocità di clock biologiche spaventose.

Trovi soltanto l’ennesimo salotto letterario. Trovi Pinco che cita Heidegger, Pallo che analizza Klimt, Caio che filosofeggia su Cartesio e Tizio che si commuove perché ha scoperto che il suo cane lo sta guardando. Sempre, irrimediabilmente, la realtà viene filtrata dal riflesso del proprio ombelico intellettuale. Si dichiara di voler scendere dal piedistallo, ma prima di fare un passo verso il prato ci si assicura di essersi portati dietro l’intera biblioteca di casa.

Questa non è empatia: è un’imponente, involontaria arroganza. Un’arroganza nata da una drammatica cecità verso le scale del tempo e dello spazio. Se la tua mappa del mondo comincia con la filosofia greca o con le pitture rupestri, un paio di millenni ti sembrano un’eternità. Si perde del tutto la misura dei 3,8 miliardi di anni di sperimentazione della vita sulla Terra, durante i quali la sensoristica e la termodinamica animale si sono perfezionate ben prima che un ominide imparasse a camminare eretto. Per non parlare dei quasi 14 miliardi di anni di un Universo che macina materia e leggi fisiche, del tutto indifferente ai nostri drammi esistenziali.

La vera umiltà non si impara sulle citazioni d’autore, ma sulla biologia, sulla fisica e sul metodo scientifico. Un animale non è un’allegoria per una dissertazione sull’alterità o sul linguaggio. È un sistema complesso fuori dall’equilibrio termodinamico, un capolavoro di adattamento affinato di un tempo profondo che la nostra specie può solo scalfire con la mente. Un animale devi sentirlo. Sentire la sua fiducia assoluta. Sentirlo respirare. Le sue fusa. Guardare quando muove le zampe, quando sogna. Vedere, davvero vedere, quando ti guarda.

La differenza tra la sterile astrazione e la realtà della carne sta tutta nel punto di partenza. Prendete Charles Baudelaire. Quando il vate dei Fiori del male dedica le sue terzine al gatto, non sta seduto alla scrivania a teorizzare sul felinesimo. Ha le mani piantate nella pelliccia. Avverte la densità del dorso elastico, la minaccia latente delle unghie ritratte, la brillantezza di un occhio striato di metallo e d’agata. E soprattutto, individua quella straordinaria evidenza fisica del “corpo elettrico”. Chiunque abbia accarezzato un gatto in una giornata secca sa che non si tratta di una figura retorica: è pura carica elettrostatica accumulata sul pelo, registrata dai recettori tattili della mano. Baudelaire io lo rispetto, di più: lo ascolto.

Il Vate francese parte dal dato empirico, carnale e sensoriale. Il gatto in lui non è un pretesto filosofico, ma un centro di massa, di calore e di magnetismo. Solo dopo che la mano ha toccato la materia viva, la poesia si permette di spiccare il volo verso l’astrazione.

Ecco cosa manca a gran parte del pensiero umanistico che pretende di insegnarci la via ecologica: l’aderenza al dato reale. Se la filosofia vuole davvero parlare del mondo vivente, deve prima imparare a sporcarsi le mani, a guardare il silicio, la Ram, il pelo o la cellula senza la mediazione dell’ennesimo commentario accademico. Perché tra un trattato illeggibile che pretende di spiegare la bestia e il gesto umile di chi si china a strappare l’erbaccia o a percepire l’elettricità sul dorso di un gatto, sarà sempre il secondo a comprendere davvero come gira il mondo.

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