Senza Cri: "Quando vivi una difficoltà nell'affermazione di genere, ti senti sempre solo" - 2/3
Un percorso che ha richiesto tempo perché, ha dichiarato, “fin dai miei primissimi ricordi, non sono mai riuscito a identificarmi con la stessa facilità con cui lo facevano gli altri bambini. Quando sei piccolo non hai bisogno di definire le cose, vivi per il gusto di farlo”. A un certo punto, l’artista ha capito che “non corrispondevo al modo in cui mi chiamavano, a ciò che avrei dovuto essere e fare, alle aspettative che gli altri avevano su di me. Ho capito presto che sarebbe stato complicato perché quando vivi una condizione di difficoltà nell’affermazione di genere, ti senti sempre solo, sai che gli altri faticheranno a capirti”.
Senza Cri lo ha raccontato anche nel suo brano “La mia natura”, citando il kintsugi, l’arte giapponese di riparare la ceramica con l’oro. Una metafora che ha fatto propria: “Quando ho aperto gli occhi dopo l’operazione e ho visto le cicatrici ho avuto un attimo di smarrimento perché ero abituato a un corpo differente. Ma ogni giorno che le curavo, insieme alle persone che mi volevano bene, sentivo che prendevano forza. Si stava riunendo qualcosa dentro di me. È lì che l’oro ha riempito i tagli”.
Non ha nascosto, però, di aver avuto paura: “Solo uno stupido non ne ha. Serve perché aiuta a razionalizzare anche fino al punto in cui si può arrivare. Devi vivere tutto il tuo viaggio. Tutto quello che lascerai, perderai, acquisirai, prenderai comporrà chi sei. E quindi io gli vado incontro anche quando mi fa paura. Per anni ho temuto di deludere gli altri e me, di non essere accettato o di ricevere rifiuti nella musica per come sono”.