La violenza del padre, la forza della madre di Sarvish Waheed - 2/2
Nel raccontare il padre, Waheed sceglie una strada complessa: non giustifica la violenza, ma prova a interrogarsi sulle ragioni che possono averla alimentata: “Non l’ho perdonato, ma mi chiedo che strumenti avesse per essere com’era”.
“Un uomo violento, che alzava le mani sui figli e sua moglie. – ha ricordato – L’episodio del libro in cui Malik picchia e quasi strangola Raja perché aveva le cuffie nelle orecchie, non lo ha sentito arrivare e non gli ha detto ‘Assalam-o-alaykum’ è vero. È successo a mio fratello. Sono cose che diventano parte di te: è il motivo per il quale cerco di agire oggi in maniera totalmente differente con mio figlio: sento di dover spezzare questa catena”.
Anche il rapporto con la madre occupa un posto centrale nella sua memoria. Da bambino immaginava per sé un destino fuori dall’ordinario, mentre lei aveva un’idea diversa di cosa significasse essere speciali.
“Mia madre diceva che un giorno sarei diventato speciale ma, man mano che crescevo, non succedeva nulla. Io pensavo che un’astronave sarebbe scesa a darmi delle medaglie d’oro mentre per lei la grandezza stava nell’apprezzare l’ordinario. Avevo delle scarpe ed ero in Italia: bastava quello per essere speciale, per lei”. Oggi quella stessa attenzione si riflette nel modo in cui guarda al figlio: il desiderio non è solo proteggerlo dalle difficoltà che lui ha vissuto, ma permettergli di crescere senza sentirsi costretto a dimostrare il proprio valore agli altri.
La risposta a Vannacci
Nell’intervista a Vanity Fair, Waheed affronta anche il dibattito politico sull’immigrazione e sulle parole di Roberto Vannacci sulla cosiddetta “remigrazione”, definendole “solo odio fine a sé stesso”.