Il mito (falso) del "mostro di egocentrismo" - 3/4
Il 75enne Collins la prima cosa che vuole chiarire è che la fama planetaria degli Anni 80 (dieci album al numero uno, otto Grammy, un Oscar, l’unico artista ad essersi esibito sia al Live Aid di Londra che a quello di Philadelphia) non è mai stata frutto di ambizione sfrenata, come tanti hanno voluto credere. “Tutti hanno scambiato la mia onnipresenza per arroganza”, ripete più volte nel corso della conversazione, quasi tornasse ciclicamente su una ferita mai rimarginata.
Dopo il boom degli Anni 80, il mondo si è divertito a demolirlo: i tabloid lo hanno crocifisso per il divorzio “via fax” dalla seconda moglie, i critici musicali lo hanno ridicolizzato, persino Noel Gallagher lo ha usato come bersaglio delle sue battute. Julie Burchill arrivò a definirlo “l’uomo più brutto della vita pubblica dai tempi di Orwell“.
Oggi la narrazione è ribaltata: la Generazione Z lo riscopre sui social, la sua autobiografia è un bestseller mondiale, e il 14 novembre entrerà ufficialmente nella Rock and Roll Hall of Fame. Ma la vera notizia è quanto quelle vecchie ferite brucino ancora.