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“Le nuove norme su riconoscimento facciale e IA? Italia verso il modello cinese tanto vituperato dal governo”

Il decano della sicurezza informatica Michele Colajanni, docente all’università di Bologna, è stupito dai contenuti del decreto: "Rischio dossieraggi su giornalisti e politici, senza il controllo dei giudici. Serviva cautela, dopo il caso Paragon, ma il governo procede con poco pudore"
“Le nuove norme su riconoscimento facciale e IA? Italia verso il modello cinese tanto vituperato dal governo”
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Sul riconoscimento facciale con l’intelligenza artificiale il governo Meloni si muove in direzione della Cina, ad oggi appare indiscutibile”. Il decano della sicurezza informatica Michele Colajanni, docente all’università di Bologna, è stupito e interdetto dal decreto legislativo di palazzo Chigi inviato alle commissioni parlamentari per il loro parere. Le nuove norme autorizzano la videosorveglianza per raccogliere i dati biometrici degli italiani con algoritmi di Ia: lineamenti del volto, scansione dell’iride, tutto ciò che serve per tracciare un’individuo. Visto che “l’Italia è un Paese con una lunga storia di dossieraggi”, commenta, “serviva prudenza e cautela, invece il governo procede con poco pudore”.

Professore, quali sono le ragioni del suo giudizio?
Il motivo è il rischio di schedature e controlli e tappeto, senza un’ipotesi di reato firmata dalla magistratura per autorizzare il riconoscimento facciale. Per concludere che la sorveglianza in Italia non è un’ipotesi tanto peregrina, basta osservare l’inchiesta sui presunti dossieraggi di Equalize, oppure gli scandali degli accessi abusivi ai sistemi informatici. Infine il caso Paragon con gli smartphone dei giornalisti infettati dai trojan. Un provvedimento di questo tipo rende plausibile tutto, anche il dossieraggio dei giornalisti, perché ci sono telecamere ovunque e puoi scovare le loro fonti informative ovunque siano. Ma nel mirino, sulla carta, potrebbero finire anche gli esponenti dei partiti di opposizione. Insomma, gli abusi delle autocrazie non appaiono più così distanti, perché i paletti delle norme italiane non appaiono forti e invalicabili. Dunque il modello è quello cinese, tanto vituperato da un governo che si proclama saldamente ancorato alle democrazie occidentali e filoatlantiche.

Quali sono gli aspetti più critici del decreto legislativo ancora da approvare?
Di sicuro la possibilità per le forze dell’ordine di attivare, seppur a certe condizioni, la sorveglianza tecnologica in tempo reale senza il permesso di un giudice, che invece è imprescindibile (il sottosegretario Alfredo Mantovano venerdì sera ha preannunciato modifiche su questo punto, ndr). Ma è altrettanto grave consentire di archiviare per una settimana i dati raccolti con uno screening di massa preventivo ad un reato, di tutti i cittadini che attraversano un luogo pubblico, senza alcun discrimine tra persone sospettate di un reato e tutti gli altri. Certo l’autorità dovrà certificare il pericolo di “attacco terroristico”. Ma così uno Stato democratico rischia di scivolare verso la barbarie, evocando uno Stato di Polizia e controllo davvero impressionanti.

Ci sono altri Stati che autorizzano il riconoscimento facciale senza l’autorizzazione di un giudice?
In Europa, malgrado l’Ia act offra un varco, per ora no, a parte l’eccezione ungherese al tempo di Orban. Gli Stati pienamente democratici impongono sempre il vaglio della magistratura. Ad oggi avviene solo in paesi tendenzialmente autoritari, quindi in Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti. E’ questo il problema vero: se c’è un giudice allora vige anche un’ipotesi o una minaccia di reato, ma in questo caso si apre una breccia verso poteri troppo vasti per autorità amministrative e di pubblica sicurezza. I giudici pongono sempre regole e tempi limitati, ma cosa potrà accadere se si indeboliscono le garanzie del controllo giudiziario?

Il regolamento europeo battezzato Ia act, tuttavia, apre al riconoscimento facciale senza l’autorizzazione di un giudice consentendo anche il via libera di un’autorità amministrativa.
Così l’Europa ha aperto il varco verso la “deriva cinese”, ma il governo Meloni l’ha subito imboccata. E speriamo che gli altri Paesi non seguano l’esempio.

Il decreto legislativo dell’esecutivo ha davvero rispettato le norme di Bruxelles?
Il provvedimento è in bilico e la compatibilità è da verificare. Ma dal punto di vista politico la mossa può essere vincente in ogni caso: se Bruxelles promuovesse il governo, Chigi potrà accusare le opposizioni di aver mentito sui pericoli del Grande Fratello. E qualora invece arrivasse la bocciatura, temo risuonerebbe il ritornello securitario: sono i burocrati europei a legare le mani al governo sulla protezione dei cittadini onesti.

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