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L’Italia è in guerra? Militari in Arabia Saudita: dalle audizioni in Parlamento agli attacchi di Riad, come si è arrivati allo schieramento delle truppe

I documenti, le audizioni, le dichiarazioni in Parlamento come alcuni riferimenti. Ecco tutti i passi del governo: la cronistoria della missione italiana in Arabia Saudita. Paese coinvolto con gli Usa nel conflitto con l'Iran
L’Italia è in guerra? Militari in Arabia Saudita: dalle audizioni in Parlamento agli attacchi di Riad, come si è arrivati allo schieramento delle truppe
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Quindi l’Italia è in guerra all’insaputa dei cittadini? Non è una domanda retorica, ma un quesito al quale il governo dovrebbe dare una risposta chiara. Quale scenario si aprirebbe se un missile iraniano diretto in Arabia Saudita, Bahrein o Kuwait colpisse militari italiani? Da pochi giorni sappiamo che nei Paesi del Golfo sono schierati anche 700 militari italiani, e diversi assetti per la difesa aerea, tra cui anche caccia. Dopo l’anticipazione de il Giornale, è stato lo stesso ministero della Difesa a ufficializzarlo sul suo sito: si chiama Task Force Air Arabia ed è presente nei tre Stati arabi “dalla seconda metà di marzo 2026“: “Il dispositivo integra capacità di allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”, si legge ancora. Recentemente nel contesto si è inserito un elemento non poco rilevante: l’Arabia Saudita si è unita agli Usa e ha attaccato per la prima volta le milizie filoiraniane in Iraq. Di fatto, l’Italia contribuisce oggi alla difesa di uno Stato entrato direttamente nel conflitto contro l’Iran.

Ma come si è arrivati allo schieramento di truppe in Arabia Saudita? “Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al Governo ma o la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti o non aver compreso ciò che si è votato”, ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto. E in parte ha ragione, anche se il governo non ha mai dichiarato esplicitamente quanti mezzi e uomini e in quali Stati stava dispiegando militari e armamenti. Tutto avviene con brevi riferimenti, dichiarazioni in Parlamento o nelle audizioni in commissione dei vertici militari e parole infilate nelle pieghe del decreto missioni. C’è anche un altro aspetto: in questi mesi, nessuno dei parlamentari (di maggioranza o opposizione) ha chiesto delucidazioni e dettagli sulle forze italiane schierate nell’area.

Le missioni internazionali nel Golfo

Va fatta una premessa. Da diversi anni militari italiani sono impegnati in una missione internazionale nell’area. Un mandato che mette insieme Iraq e Paesi del Medio Oriente: si parla di Stati come Kuwait e Qatar, ma non di Arabia Saudita. Il 28 febbraio scorso scatta l’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La pioggia di missili su Teheran provoca la risposta del regime iraniano: rappresaglia che prende di mira anche i Paesi vicini, dove gli Stati Uniti hanno basi militari e dove sono presenti anche contingenti italiani.

5 marzo, Crosetto in Parlamento

Cinque giorni dopo il governo si presenta in Parlamento. L’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata, in particolare, sull’uso delle basi statunitensi in Italia e il loro eventuale coinvolgimento nelle operazioni di guerra. Tiene banco anche la vicenda del ministro Crosetto rimasto bloccato a Dubai dopo l’inizio dell’attacco Usa. Così lo stesso Guido Crosetto, il 5 marzo, prende la parola al Senato e parlando delle misure adottate a tutela dei contingenti italiani nella zona dichiara: “In Kuwait, presso la base di Ali Al Salem, mentre vi parlo è in atto un movimento di personale: 239 militari, che sposteremo in Arabia Saudita, per alleggerire il dispositivo, mantenendo una capacità operativa essenziale, con 82 militari sui 321 che c’erano prima”. Già a marzo, pertanto, viene citata per la prima volta Riad. Intanto i “Paesi amici” del Golfo, attaccati dagli iraniani senza essere coinvolti nella guerra di Usa e Israele, hanno chiesto all’Italia aiuto per potenziare le loro difese. E il governo italiano non vuole restare con le mani in mano: “Dobbiamo rivalutare complessivamente i nostri assetti nella regione, con alcuni obiettivi chiari: la protezione dei nostri contingenti, la protezione dei nostri connazionali, la tutela degli interessi nazionali e per rispondere alla richiesta di questi Paesi amici che sono in difficoltà”, dice Crosetto in Aula. E cosa fare? “Oggi, alla luce dei recenti avvenimenti, intendiamo adeguare il dispositivo esistente con assetti difensivi, sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica di sorveglianza, nel perimetro di quanto già autorizzato e nei limiti geografici e funzionali della missione”. Ma come? Sulla base “dell’attuale pacchetto delle missioni internazionali”, sottolinea il ministro della Difesa citando la “scheda 4/25“: “Mi riferisco – spiega – alla possibilità di dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale“. Il riferimento è alla scheda della missione Iraq e Medio Oriente dove sono elencati tanti Stati (Kuwait, Giordania, Siria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain). Nell’area geografica di intervento non compare l’Arabia Saudita: c’è però un’altra dicitura molto generica, quella di “Golfo Arabico“.

5 marzo, la risoluzione di maggioranza

Finito l’intervento del ministro, Camera e Senato approvano una risoluzione di maggioranza. Votano sì solo i partiti del centrodestra. Il Parlamento, si legge, impegna il governo – tra le altre cose – a “rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente, con particolare riferimento al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata, attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza“. E questo è un punto fondamentale.

Seconda metà di marzo, schierata la Task Force Air Arabia

In quel momento non è ancora di dominio pubblico, ma dalla seconda metà di marzo 2026 la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Lo leggiamo sul sito del ministero oggi, ma a quella data non era stato ancora ufficializzato.

14 maggio, il cdm delibera sulle missioni

Il 14 maggio il Consiglio dei ministri delibera sulla prosecuzione delle missioni internazionali in corso. La scheda 4/2026 rimane quasi invariata. C’è però una differenza. C’è un elenco di Stati dove viene dettagliato l’impiego di personale italiano: si parla di Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Non c’è l’Arabia Saudita che però compare, questa volta, nelle aree geografiche di intervento della missione (e rimane anche il generico riferimento ai “Paesi del Golfo Arabico”). Anche in questo caso, però, non ci sono particolari dettagli sul dispiegamento di forze e mezzi.

26 maggio, il dossier parlamentare

La delibera passa così al Parlamento. Un dossier datato 26 maggio del servizio studio di Camera e Senato approfondisce il tema della proroga delle missioni internazionali. A pagina 14 si segnala “la risoluzione approvata (nell’identico testo) da Camera e Senato lo scorso 5 marzo, a pochi giorni dall’avvio dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran”. Viene riportato il testo e la richiesta al governo sul “dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza”. Il dossier prosegue spiegando che “la risoluzione parlamentare – con un procedimento diverso da quello previsto dalla legge – ha pertanto modificato il mandato delle missioni contenute nelle schede, disponendo anche la loro proroga. In quel momento, infatti, le missioni contenute nella scheda 4/2025, così come tutte le altre missioni in corso nel 2025, non erano ancora state prorogate per il 2026″. Quindi deputati e senatori di maggioranza con il loro sì alla risoluzione hanno prorogato la missione e ne hanno modificato il mandato. Cosa è cambiato, però, non viene specificato.

17 giugno, audizione del Capo di Stato Maggiore

Proprio per illustrare le missioni internazionali, il 17 giugno il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si presenta davanti alle Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato. Nell’audizione spiega che nell’area Mediorientale la presenza italiana è finalizzata a “contribuire alla stabilizzazione”. “Come è noto, le operazioni in missioni che insistono in questo quadrante sono state fortemente influenzate dal conflitto in Iran, e ciò ha comportato per la Difesa uno sforzo su due assi fondamentali”, dichiara il generale. “Il primo è inerente all’alleggerimento e alla rimodulazione della presenza dei nostri militari e dei nostri assetti con riguardo all’Iraq, al Kuwait, al Qatar e al Bahrein”. “Con il secondo – aggiunge Portolano – ci riferiamo alla fornitura di aiuti difensivi a favore dei Paesi coinvolti dagli attacchi iraniani e nello specifico Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Qatar e Bahrein, che hanno chiesto a Paesi amici, tra cui l’Italia, supporto per accrescere le loro capacità di difesa aerea e contrasto ai droni“. Anche in questo caso il Capo di Stato Maggiore della Difesa cita Riad, ma senza dettagli. E nessun parlamentare presente all’audizione chiede particolari sulla questione nonostante si faccia riferimento a Stati spesso attaccati dall’Iran.

1 luglio, audizione del comandante del COVI

Il primo luglio è il turno dell’audizione davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa del generale Giovanni Maria Iannucci, comandante del COVI (il Comando di Vertice dell’Area Operativa Interforze). A seguito della guerra in Iran e delle conseguenze sull’area “il dispositivo è stato rimodulato nell’anno in corso”, ha spiegato facendo anche lui riferimento a Riad: “Componenti operative di supporto e sorveglianza sono state ridislocate in Arabia Saudita, Giordania e in Italia stessa. Qui svolgiamo attività di difesa aerea e missilistica integrata, ricerca, sorveglianza e supporto logistico e sanitario”. Spiega anche che complessivamente “nell’area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente schieriamo un contingente massimo di 2900 unità“. Aggiunge anche che nell’area l’Italia ha schierato un “radar di nuova generazione”.

29 luglio, l’attacco dell’Arabia Saudita

Dopo essersi tenuta fuori dal conflitto regionale, il 29 luglio l’Arabia Saudita attacca le milizie filo-iraniane in Iraq. Al fianco degli americani entra in guerra contro Teheran e per la prima volta rivendica anche il raid.

30 luglio, sul sito del ministero compare la Task Force Air Arabia

Dopo le indiscrezioni di stampa il ministero della Difesa ufficializza sul suo sito che da metà marzo è operativa la Task Force Air Arabia. Soldati e armamenti italiani sono presenti anche in Arabia Saudita. In pratica contribuiamo alla difesa di uno Stato che ha rivendicato un attacco contro le milizie filo-iraniane.

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