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Franco Baresi, l’anima del mio Milan. A San Siro la prima volta, poi nel ’94: tre ricordi

Il mitico numero 6, la classe infinita e un atteggiamento in campo mai volgare, mai violento, mai irrispettoso. Oggi quel calcio è stato seppellito dalla dottrina incestuosa Infantino
Franco Baresi, l’anima del mio Milan. A San Siro la prima volta, poi nel ’94: tre ricordi
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Il calcio è danza d’amore. Unisce cuore e corpi. Accende sentimenti, si alimenta d’adrenalina. E’ passione. E’, spesso, amore. Di insostenibile leggerezza, nonostante sia sport ruvido e senza concessioni: però, comunque, basta un tocco di classe, uno stop impossibile, una marcatura che annichilisce gli avversari, un lancio che supera gli avversari e manda in rete il tuo attaccante, e l’amore diventa sfrenato sesso. Beh, in senso (ahimè) figurato…

Ecco, Franco Baresi era questo calcio. Era un precursore, un passo sempre avanti al resto della compagnia. Era ed è rimasto, con Gianni Rivera, l’emblema del mio Milan, il mitico numero 6 (la maglia con quel numero è stata ritirata dalla squadra, in segno d’omaggio e di profondo rispetto dopo che Franco smise di giocare), la classe infinita e un atteggiamento in campo mai volgare, mai violento, mai irrispettoso. Il suo modo di muoversi, estremamente elegante ed altrettanto efficace, ispirerà molti assi del calcio mondiale, soprattutto Paolo Maldini.

Ammaestrava il pallone con perizia, e imprevedibilità, e ridisegnò il ruolo del “libero” che a quei tempi veniva chiamato spesso e volentieri “stopper”: più che arcigno difensore, alato ispiratore delle azioni offensive, capace di intuire le reazioni in campo dei rivali ed anticiparli, rilanciando senza stucchevoli passaggini (il maledetto vizio che ha ucciso il nostro calcio) al compagno più vicino, se non quando era strettamente necessario, o al portiere. Guardava avanti, il futuro per lui era già passato. Guidava il suo reparto con poche parole ma tanto carisma, rappresentava in fondo quel che il calcio, e in generale lo sport, dovrebbe vantare: etica, serietà, ideale. Fedeltà: attaccamento alla maglia che indossi. Giocava, non solo letteralmente, a testa alta. Ultimo uomo della difesa, primo per bravura e visione del gioco. Sublime.

Nell’anno in cui, tuttavia, quel funambolico calcio dei nostri ricordi – Franco era il Capitano del grande Milan che dominò alla fine degli anni Ottanta il campionato, la Coppa dei Campioni e quella Internazionale – è stato definitivamente seppellito dalla dottrina incestuosa di Gianni Infantino e dai Mondiali più geopolitici della storia, l’insopportabile dolorosa scomparsa di un “signore” del football come Franco Baresi è una coincidenza non priva di significati e di riflessioni. Ai tempi di Baresi, per esempio, la demografia non sconvolgeva i rapporti di forza come oggi: nel football, infatti, l’emigrazione è un punto di forza. Allora, era un fenomeno minimo. Baresi divenne – pur non titolare – campione del mondo nel 1982 e finalista ai Mondiali del 1994, persi ai rigori per 3-2 col Brasile. Oggi, l’Italia brilla per la sua assenza ai campionati iridati. Non è riuscita a qualificarsi per ben tre volte dal 2014. Dramma nazionale. La più grande tragedia nazionalpopolare. Il calcio italiano ai tempi di Baresi in campo era patrimonio. E’, insomma, lo specchio di chi ci governa: un disastro.

Ho un ricordo: val la pena di raccontare, per capire i paradossi del calcio e le sue soventi stupidità. Quando, un sabato d’estate – il 3 luglio 1977 – a San Siro si disputò la finale di Coppa Italia, tra Inter e Milan, il Milan schierò in difesa un giovanotto di diciassette anni che per tutto il campionato aveva giocato una sola volta. Si chiamava Franco Baresi. Come l’omonimo e già celebre difensore interista. Non si trattava di omonimia: Beppe Baresi era suo fratello! Rammento che doveva essere pure la memorabile serata d’addio di Sandro Mazzola, l’Inter non a caso veniva data per favorita. Invece vinse il Milan, se ben ricordo, 1-0. Erano tuttavia anni da nobili decadute, lontane cioè dai fasti che avevano portato l’Inter e il Milan a vincere la Coppa dei Campioni. La sorpresa fu vedere giganteggiare in difesa Franco, che non era però molto alto, per gli standard del ruolo, ossia 1,76m. Però, sorvegliò l’area piccola milanista come un mastino. Si chiama Franco Baresi. Il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) è che tifava Inter. E che tentò di far parte della squadra nerazzurra. Ma il provino non soddisfò il selezionatore. Chi fu l’incompetente che lo bocciò? Per anni noi milanisti abbiamo sfottuto gli interisti…

Conobbi Franco Baresi, a San Siro, il tempio in cui officiava: lo consideravo una sorta di grande anima rossonera. A ventidue anni era già diventato capitano del Milan. Aveva un senso del piazzamento semplicemente incredibile. Era l’intelligenza in movimento, così come lo fu Rivera a centrocampo e in attacco. Eppure, fuori campo, era timido, schivo. Era rimasto al suo posto le due volte che il Milan retrocesse in B, la prima per lo scandalo “Totonero” delle scommesse, era il 1980, la seconda due anni dopo: disse poche parole, allora, “non dobbiamo aver paura, il nostro posto, la nostra casa è la serie A”. Quel che contava, mi disse, “sta nella testa”. Cuore e testa. E certezza di quel che sapeva fare meglio: “Più che attaccare mi è sempre piaciuto difendere”. Anche se in 716 partite era riuscito a segnare 33 volte…

Secondo ricordo (scavo nei frammenti della memoria e ancora mi sento strano a pensarlo non più tra noi, aveva 66 anni). La famosa partita dell’estate 1994 contro il Brasile. Annullò Romario e Bebeto. Innescò ripartenze asfissianti. Compì prodigiosi interventi acrobatici, estendendo la gamba destra e quindi i legamenti del ginocchio, operato al menisco 23 giorni prima. Abnegazione, sacrificio, superamento dei limiti fisici, soprattutto mentali. E’ vero, Baresi ha vinto tanti trofei (tre Coppe dei Campioni, sei campionati, due Coppe Intercontinentali), ma è diventato un simbolo, credo non solo per noi milanisti. Come dice Paolo Maldini, “mi hai insegnato a lottare all’ultimo respiro, cosa significhino l’attaccamento alla maglia e il valore di essere un vero leader”. Ogni giorno: poche parole, tantissimi fatti: “Oggi provo la stessa sensazione di quando, per un qualsiasi motivo, non potevi scendere in campo al nostro fianco: come faremo senza il nostro Capitano?”.

Ultimo flash: eccolo con la fiaccola olimpica dello scorso febbraio, ai Giochi Invernali di Milano-Cortina. Si sapeva del suo tumore. Lui sperava di rintuzzarlo, come quando bloccava i più forti centravanti del mondo. E ci inondava di emozioni. Noi chiediamo spesso al calcio ciò che non può dare. Franco Baresi ci riusciva. Era la gloria del calcio. Indimenticabile.

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