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Quanto petrolio sta sversando nel Golfo Persico? La trappola di Hormuz ha un costo anche ambientale

Macchie di idrocarburi, navi affondate, coralli a rischio: l'appello di Greenpeace contro il disastro che nessuno racconta
Quanto petrolio sta sversando nel Golfo Persico? La trappola di Hormuz ha un costo anche ambientale
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di Alessandro Giannì (Greenpeace Italia) e Aurelio Caligiore (Ammiraglio Ispettore della Guardia Costiera, già comandante del Reparto Ambientale Marino RAM della Guardia Costiera)

L’orrore della lunga guerra tra Usa e Israele contro l’Iran, in Europa lo percepiamo solo per l’impatto sui costi dell’energia. Ma i costi di questa guerra (come di ogni guerra) sono ben altri. Costi in vite umane, in primo luogo. Ma anche un impatto ambientale angosciante, in primo luogo sugli ecosistemi marini del Golfo Persico.

Già lo scorso marzo Greenpeace aveva messo in guardia su quanto pericolosa fosse la “trappola di Hormuz”: un imbuto in cui (dati giugno 2026) erano bloccate una cinquantina di grosse petroliere (oltre 80 mila tonnellate di stazza) per un totale di più di 10 milioni di tonnellate di greggio. La lista delle navi attaccate nello stretto di Hormuz negli ultimi mesi è lunga, con più di venti imbarcazioni classificate come adibite al trasporto di idrocarburi di vari tipi. Una lista incompleta: il 26 luglio una petroliera di cui non è stato diffuso il nome sarebbe esplosa per aver colpito una mina. Non c’è alcuna stima dei quantitativi di greggio sversati in mare da questo come da molti dei precedenti “incidenti”. Soprattutto, non abbiamo alcuna idea – nemmeno vaga – di quanto petrolio sia finito in mare nel Golfo Persico negli ultimi mesi.

Non ci importa di questo (ennesimo) disastro dovuto alla nostra fame di petrolio? Non ci interessa che si stiano gettando le basi per danni di lunga durata non solo ambientali ma sulle attività economiche come la pesca e sulla salute delle persone? Come potranno funzionare gli impianti di dissalazione da cui in tanti dipendono, in presenza di acque contaminate da idrocarburi? E che fine faranno i coralli, le tartarughe marine, balene e delfini che popolano (popolavano?) queste acque?

La presenza di questa contaminazione è accertata da tempo. Ad esempio, lo scorso aprile sono state diffuse immagini satellitari che mostravano una macchia di oltre 8 chilometri nei pressi dell’Isola di Qeshm, rilasciati dalla Shaid Bagheri: non era nemmeno una petroliera, ma una nave militare. Ancora, lo scorso maggio è stata documentata una probabile macchia di idrocarburi lunga ben 45 chilometri, successiva all’attacco ai terminali petroliferi dell’Isola di Kharg.

La pesante contaminazione nel Golfo avrà impatti anche nelle aree costiere dei Paesi vicini. I modelli matematici mostrano che per i venti e le correnti questi idrocarburi tendono a uscire dalla bocca dello Stretto di Hormuz per avviarsi verso le barriere coralline delle coste dell’Oman: un ecosistema che è stato definito unico ma minacciato e già bisognoso di protezione.

Questo disastro non può vederci muti (e interessati, per il petrolio) spettatori, Nel nostro interesse, e in quello delle generazioni future, lanciamo un appello alle Autorità nazionali, comunitarie e internazionali per un intervento, il più rapido possibile, che scongiuri il peggio. È evidente che in questa fase, col rombo dei cannoni, intervenire sul campo è impossibile. Ma uno sforzo concertato, internazionale, per stabilire perlomeno un osservatorio sugli impatti di questa follia sarebbe anche un segnale politico importante. È possibile oggi stabilire almeno un sistema di monitoraggio che ci faccia capire cosa sta succedendo e ci permetta poi, a guerra (speriamo presto) finita, di intervenire il più velocemente possibile.

Chiediamo quindi che si mobiliti in primo luogo l’International Maritime Organisation (IMO), col suo Segretario Generale, Arsenio Dominguez, in particolare attivando le disposizioni della Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato da navi (nota come Marpol). Ma nemmeno l’Europa può stare a guardare. A che servono strumenti come l’European Maritime Safety Agency (EMSA)? Anche la Direzione Generale Affari Marittimi e Pesca della Commissione Europea ha competenze, strumenti e fondi per attivarsi: il Commissario Kostas Cadis non sente il dovere di intervenire?

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