"Tutti i miei ex studenti sono professori all'estero" - 3/4
“Tutti i miei ex studenti sono professori all’estero”
Roberto Soldati – Sono un professore onorario in pensione, con quasi 50 anni di servizio e attività di ricerca e docenza, in Italia e nel mondo, nel campo della Fisica Teorica. A partire dalla seconda metà degli anni ottanta, la stragrande maggioranza dei migliori studenti italiani – particolarmente apprezzati e richiesti all’estero nella disciplina, o settore scientifico disciplinare (SSD) sopra citato, si è trasferita all’estero: tutti i miei studenti, a partire dal mio primo laureando del 1984 fino all’ultimo del 2019, prima del mio ritiro, sono tutti professori e ricercatori all’estero. La ragione è molto semplice: in Italia non c’era e non c’è, ora come allora, alcuna possibilità di carriera ed affermazione personale, specialmente per giovani di grande talento e capacità. I pochi posti disponibili sono tutti assegnati con concorsi truccati a mediocri figure, favorite e raccomandate da questo o quel cattedratico influente in loco, dei modesti signorsì con cv ridicoli. Si aggiunga che gli stipendi per un giovane all’ingresso nella carriera accademica a tempo indeterminato, sono meno della metà almeno di quanto si possa percepire in altri paesi europei o extra-europei sviluppati, per non dire del costo della vita, oramai insostenibile in Italia per un giovane che non abbia una famiglia facoltosa alle spalle. Pertanto l’affermazione della Ministra Calderone è totalmente priva di senso e di riscontro concreto: è semplicemente una grossolana menzogna.
Simone Moglioni – Ministra Calderone, è lei che è stata fortunata a nascere e crescere in un paese come l’Italia e che le ha dato tantissime opportunità: quella di prendersi una laurea con gli esami fatti di domenica; quella di accedere ad una carriera fulminea nel settore pubblico ricca di privilegi; di poter lasciare al proprio marito la presidenza del consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, ovvero di giocare con soldi pubblici sempre e solo in casa; di diventare ministro del lavoro quando prima esercitava un ruolo che le impedisce palesemente anche solo per formazione professionale e pseudo-accademica, di rappresentare le esigenze e le istanze di tutti gli attori coinvolti nel quadro dell’evoluzione giuslavorista. Si è vero, la ministra ha ragione: l’Italia è un paese dove tutto è veramente possibile, dove il miracolo è addirittura la prassi. Per noi che non abbiamo avuto bisogno di miracoli come la Calderone ma solo di duro lavoro, l’Italia non è il paese giusto. Ma forse a volte è meglio non avere bisogno di miracoli e nemmeno per quel che riguarda l’irresistibile ascesa si Calderone, di crederci.
Dario Formenti – Sono in Germania dal 2017. I giovani non scelgono dove vivere sulla base della bellezza del paesaggio o di un confronto astratto tra contratti collettivi. Guardano agli stipendi, alle prospettive di crescita, al riconoscimento delle competenze, alla stabilità e alla possibilità di costruire un futuro. Nel mio caso, la Germania mi ha offerto occasioni professionali concrete, responsabilità crescenti e un ambiente internazionale in cui la mia formazione è stata valorizzata. Non sono partito perché qualcuno mi avesse spiegato male le opportunità italiane, né perché non sapessi fare le giuste valutazioni. Al contrario, sono partito proprio perché le ho fatte. Molti giovani sono perfettamente in grado di confrontare un’offerta italiana con una straniera. Ed è proprio da quel confronto che spesso emerge il problema. Io, per esempio, tornerei volentieri in Italia. Ma quando mi vengono proposte posizioni con uno stipendio che, mediamente, è meno della metà di quello che percepisco oggi in Germania, mi cadono le braccia — per non dire altro. Non si può chiedere a una persona di rinunciare a metà del proprio reddito, alle prospettive professionali costruite negli anni e alla stabilità della propria famiglia, appellandosi soltanto all’amore per il Paese. Il punto, quindi, non è dire ai giovani di valutare meglio prima di partire. Il punto è chiedersi perché, una volta partiti, così tanti non trovino condizioni sufficienti per tornare. L’Italia investe nella loro formazione e poi spesso offre percorsi precari, retribuzioni poco competitive e carriere lente. All’estero, nel frattempo, quelle stesse competenze vengono cercate, riconosciute e valorizzate. Anch’io posso dire “viva l’Italia”. Ma l’amore per il proprio Paese non paga un affitto, non costruisce una carriera e non garantisce un futuro a una famiglia. Per convincere le persone a restare o a rientrare servono condizioni concrete, non retorica.