Calderone e “l’Italia Paese delle opportunità” / “Ho due lauree e sono disoccupato”. “A Milano lavoravo 13 ore al giorno”. “All’estero in due mesi ho quadruplicato lo stipendio” - 2/4
“Ma di quale Paese parla Calderone?”
Manuela Pierozzi – La prima cosa che ho pensato è: di quale Paese parla Calderone? Le pongo un quesito e accetto volentieri una soluzione: quanti clienti deve avere uno psicologo con tanto di master, a 70 euro a seduta fatturati, per poter accantonare al netto delle tasse e delle spese per la sussistenza 2000 euro al mese? Mio figlio ci arriva facendo il lavapiatti in Svizzera. Gradirei dalla signora ministra un’indicazione per raggiungere questo obbiettivo con gli strumenti che lei ha elencato, grazie. Le vacanze chiaramente le fa nel paese più bello del mondo, l’Italia.
E. G. – Gentile Ministra Calderone, sono vent’anni che vivo in Giappone. È un paese pulitissimo, molto organizzato, pieno di (apparenti) gentilezze, ma non è certo il bengodi; la società è molto diversa da quella a cui siamo abituati e nessun corso di studi può prepararti davvero alla realtà dei fatti che, come ogni altra società, oltre a tanti lati positivi ne ha almeno altrettanti negativi. E il mondo politico nipponico non fa eccezione. Fatte queste debite premesse, ci tengo a farLe sapere che a ogni mia visita in Italia trovo un paese sempre più sporco, povero, decadente, ignorante, tronfiamente razzista, abbruttito. […] L’idea di tornare in Italia per sempre mi atterrisce sempre di più, anno dopo anno: l’idea di tornare in un paese senza prospettive, con il peggior rapporto salario/costo della vita d’Europa. Un paese con infrastrutture fatiscenti e che non investe in educazione, sviluppo, sanità. Un paese “alla canna del gas”, signora Ministra. Questi sono i motivi per cui io e la stragrande maggioranza dei miei connazionali abbiamo deciso di non tornare in Italia: un paese pieno di bellezza, nelle mani della peggior classe dirigente d’Europa.
Andrea Susanna – Gentile ministro Calderone, ho letto la sua opinione riguardo alle opportunità offerte dalļ’Italia. Purtroppo io non le vedo da quando sono partito nel 1997 diretto nel Regno Unito. Alľ epoca senza soldi ma con tanta energia come medico veterinario, non riuscivo ad andare più in là di un lavoretto pagato senza contributi, poche garanzie, e un futuro incerto. Ľ Italia come il resto del mondo, ma forse con meno mobilità sociale di altri paesi europei, non funziona per chi è poco abbiente mentre chi è più forte economicamente può senza dubbio cavarsela bene. Oggi con una situazione finanziaria più solida le opportunità sono molto più evidenti anche se da quel che vedo non ancora buone come quelle offerte nelľ Europa del nord. Certamente, si parte con il cuore in gola. Presto forse tornerò perché anche a me come a lei ľ Italia piace molto nonostante tutto. Andrea, classe 1967
Maria Laura Vieri – Sono un’accademica italiana, fuggita dopo la laurea. ‘Evoluto’, nel supporto all’accademia, non direi: mancano i fondi, quindi il personale è ridotto e sottopagato, senza tempo per mentoring, formazione, networking o progetti innovativi. All’estero anche atenei non top hanno risorse per ricerca d’avanguardia; da noi si fanno i gel a mano per risparmiare. E la meritocrazia? Docenti fossilizzati per decenni, assunzioni per conoscenze, non merito. Nessun ricambio generazionale, nessuna vera innovazione. Il colmo è che nel 2026 non riusciamo nemmeno a digitalizzare la burocrazia: procedure lente, cartacee, farraginose. Evoluto una cippa, permettetemi. Infatti, io non torno.
Sharon Agostini – Ho 29 anni. Sono laureata, parlo sei lingue, lavoro da quando frequentavo l’università e nel frattempo mi sono anche sposata. Ho sempre creduto che impegnarsi, fare esperienza e dare il massimo sarebbe bastato per costruirmi un futuro. Per questo mi chiedo cosa significhino, concretamente, “grandi opportunità” e “buone garanzie”. Nella mia esperienza ho trovato soprattutto precarietà e la sensazione di dover dimostrare continuamente il mio valore senza avere vere tutele. Sono a un passo dall’andarmene, ma non l’ho ancora fatto perché ho sempre scelto di credere che fosse possibile costruire il mio futuro in Italia. La domanda che mi faccio oggi non è come fare carriera. È: come faccio a costruire una famiglia e ad avere dei figli in queste condizioni?