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Aggressioni ai sanitari, non serve militarizzare gli ospedali ma valutare con cura le minacce

Una telecamera può essere utile, ma non protegge se non è chiaro chi deve osservare, quando intervenire e cosa fare dopo. La prevenzione comincia prima dell’aggressione
Aggressioni ai sanitari, non serve militarizzare gli ospedali ma valutare con cura le minacce
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di Renato Albanese*

“A volte abbiamo paura”. La frase pronunciata dall’infermiere Francesco Renda, dopo l’aggressione subita all’interno dell’ospedale di Novara, non descrive soltanto uno stato emotivo individuale. Descrive una condizione di lavoro. Secondo quanto riportato da RaiNews Piemonte, un uomo di 31 anni avrebbe dato in escandescenze all’interno della struttura ospedaliera; l’infermiere, intervenuto per bloccarlo, ha riferito di essere stato colpito con gomitate allo stomaco, fino all’intervento delle guardie, che sono riuscite ad allontanare l’aggressore. Un operatore sanitario non dovrebbe trovarsi, in pochi secondi, a dover scegliere da solo tra continuare a prestare assistenza, proteggere sé stesso, proteggere altri pazienti, chiamare supporto e contenere una persona che sta perdendo il controllo. Quando accade, il tema – oltre ad evidenti implicazioni penali e di ordine pubblico – è anche di organizzazione del lavoro e di tutela.

Nel 2025, in Piemonte, sono stati segnalati 1.621 episodi di violenza contro operatori sanitari e socio-sanitari, con 2.207 operatori coinvolti. A livello nazionale, nello stesso anno, le aggressioni segnalate sono state quasi 18.000, con 23.367 operatori coinvolti. Numeri di questa portata impediscono una lettura episodica: non siamo davanti a episodi isolati, ma a un rischio con rilevanza statistica, noto e misurabile. E quando un rischio è noto, la domanda non può più essere solo: “chi ha aggredito?”. La domanda diventa anche: quali misure erano state predisposte per prevenire, contenere e gestire quel rischio?

L’art. 2087 c.c. richiama l’adozione delle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica. Nel settore sanitario questo passaggio è decisivo: il rischio di aggressione non è astratto, ma conosciuto e ricorrente.

In questa prospettiva si inserisce anche la giurisprudenza recente. La Corte d’Appello di Ancona, Sezione Lavoro, con sentenza 13 febbraio 2025, n. 52, ha riconosciuto la responsabilità di un’azienda sanitaria per l’aggressione subita da un’infermiera in Pronto Soccorso, valorizzando la carenza di misure di sicurezza. Il punto non è trasformare ogni aggressione in una responsabilità automatica della struttura. Sarebbe sbagliato. Il punto è che, quando il rischio è tipico, noto e ricorrente, l’organizzazione deve poter mostrare che non ha affidato la tutela alla sola capacità del singolo operatore di reggere la pressione.

Anche il quadro prevenzionistico va nella stessa direzione. L’art. 15, comma 1, lett. z-bis, del D.Lgs. 81/08 richiama oggi la programmazione di misure di prevenzione delle condotte violente o moleste nei confronti dei lavoratori. Ma programmare misure non significa solo dichiararle: significa renderle operative, conoscibili, attivabili e verificabili.

È qui che spesso si apre il vuoto tra misura prevista e misura realmente funzionante. Una telecamera può essere utile, ma non protegge davvero se non è chiaro chi deve osservare, quando intervenire e cosa fare dopo. Un pulsante di emergenza può essere necessario, ma non è sufficiente se non è integrato in una procedura testata. La formazione è indispensabile, ma perde efficacia se resta collegata solo all’aula e non ai turni, agli spazi, ai tempi di attesa, ai punti ciechi e alle reali condizioni operative. La vigilanza può essere fondamentale, ma rischia di intervenire troppo tardi se non è inserita in una procedura chiara di attivazione, coordinamento e risposta.

Il punto non è militarizzare gli ospedali, né trasformare ogni paziente difficile in una minaccia; quanto piuttosto costruire una capacità organizzativa di lettura e gestione dell’escalation. La violenza in sanità non è tutta uguale. Alcuni episodi nascono come escalation reattive: tono alto, invasione dello spazio fisico, rifiuto dell’indicazione, passaggio dall’aggressività verbale al contatto. Altre situazioni assumono una forma più strutturata: minacce ripetute, ritorni ostili, fissazioni su un medico o su un reparto, messaggi intimidatori, accessi anomali, comportamenti preparatori.

Confondere tutto sotto la parola “aggressione” è comprensibile sul piano comunicativo, ma è debole sul piano preventivo. Un conto è gestire l’episodio acuto, con de-escalation, protezione dell’operatore, supporto immediato, procedure di allarme e intervento delle forze dell’ordine quando necessario. Un altro è leggere una traiettoria: raccogliere informazioni, valutare il comportamento, coinvolgere più funzioni, assumere decisioni proporzionate, monitorare e tracciare ciò che viene deciso.
La prevenzione non può consistere nel chiedere all’operatore di “saper gestire tutto”. L’operatore deve essere formato, certo, ma non lasciato solo. Deve sapere come comunicare, ma anche quando arretrare. Deve poter chiedere supporto, ma anche sapere che quel supporto arriverà. Deve segnalare ciò che accade, ma l’organizzazione deve dimostrare che quelle segnalazioni vengono lette, valutate e trasformate in decisioni.

Per questo, dopo ogni aggressione, la domanda non dovrebbe essere soltanto cosa ha fatto l’aggressore. Dovrebbe essere anche: quali segnali erano presenti? Quali misure erano attive? Chi doveva intervenire? Che cosa viene modificato dopo l’evento? Senza queste tracce, si rischia di ridurre il tutto a fatti di cronaca. Con queste tracce, può diventare prevenzione. Quando un rischio è noto, documentato e ricorrente, l’improvvisazione non è più una risposta accettabile. Proteggere chi cura significa costruire condizioni perché l’operatore non resti solo nel momento in cui il comportamento dell’utente cambia tono, intensità e pericolosità.

La prevenzione comincia prima dell’aggressione: quando una struttura riconosce che l’escalation non è sempre un imprevisto assoluto, ma un processo che spesso lascia segnali, soglie e momenti decisionali. È lì che si misura la qualità della tutela: non solo nella risposta dopo il colpo, ma nella capacità di non lasciare l’operatore solo davanti al rischio.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa

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