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Gli avvocati di Mario Adinolfi chiedono la revoca dei domiciliari: “Va liberato, perseguitato per le sue opinioni scomode”

Il ricorso presentato al Tribunale del Riesame di Roma. Gli avvocati collegano l'inchiesta al ruolo pubblico e alle posizioni politiche espresse negli ultimi anni dal loro assistito
Gli avvocati di Mario Adinolfi chiedono la revoca dei domiciliari: “Va liberato, perseguitato per le sue opinioni scomode”
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I difensori di Mario Adinolfi, giornalista ed ex parlamentare, hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Roma per la revoca degli arresti domiciliari a cui il loro assistito è sottoposto dall’inizio di luglio. Il leader del Popolo della Famiglia è accusato di aver gestito un sistema di ‘scommesse collettive’: le accuse principali sono truffa aggravata, abusivismo finanziario ed evasione fiscale. Gli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo hanno impugnato integralmente il provvedimento cautelare disposto dal gip, chiedendo la revoca della misura.

“Attendiamo il pronunciamento del Tribunale del Riesame”, ha spiegato a LaPresse l’avvocato Di Lorenzo confermando di aver nel frattempo “impugnato tutto il provvedimento emesso dal Gip, ovvero gli arresti domiciliari” e “chiesto di rivedere le ipotesi accusatorie”. I legali hanno ribadito la richiesta di liberazione del loro assistito, sostenendo che non sussisterebbero i presupposti per la misura cautelare. Secondo la difesa, Adinolfi “va liberato” perché “non sussiste pericolo di fuga” né “di inquinamento delle prove”, trattandosi – secondo la loro ricostruzione – di un procedimento “tutto basato su elementi documentali non inquinabili e acquisiti”, come estratti conto, comunicazioni chat e email. Gli avvocati hanno inoltre contestato l’impianto accusatorio della Procura, ricordando che pochi mesi prima un pm della stessa Procura aveva chiesto l’archiviazione del procedimento, ritenendo che la condotta denunciata non apparisse idonea a integrare “alcuna ipotesi di reato”.

La difesa ha poi collegato l’inchiesta al ruolo pubblico e alle posizioni politiche espresse negli ultimi anni da Adinolfi, parlando di una presunta “persecuzione” legata alle sue opinioni, “in quanto voce scomoda su temi delicati come l’islamismo e in conflitto con lobby che sono poteri che raggrumano interessi enormi”. L’indagine ruota intorno alla cosiddetta ‘scommessa collettiva’, un sistema attraverso il quale, secondo l’ipotesi investigativa della Procura di Roma, sarebbero stati raccolti fondi da privati ai quali venivano prospettati rendimenti collegati alle scommesse sportive. Gli inquirenti contestano ad Adinolfi l’ipotesi di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Secondo la Procura, il meccanismo avrebbe prodotto un danno economico vicino ai 5 milioni di euro, mentre l’evasione fiscale contestata ammonterebbe a circa 400mila euro.

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