Morte di Abderrahim Fakir a Bologna, al vaglio la posizione di agenti e operatori sanitari (ma scatta lo scudo penale). Il legale: “Non indaghi la stessa polizia”
Un fascicolo per chiarire ogni passaggio dell’intervento, senza per ora alcun indagato perché scatta lo scudo penale. La Procura di Bologna, guidata da Paolo Guido, ha aperto un procedimento per ricostruire le circostanze e le cause della morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto in via Svevo, nel quartiere Pilastro, durante un intervento della polizia. Il procedimento è stato iscritto nell’apposito registro “45 bis”, quello destinato alle annotazioni preliminari, nel quale vengono indicati i nomi delle persone coinvolte in un fatto che potrebbe configurare un reato commesso in presenza di una possibile causa di giustificazione. Si tratta della procedura prevista dalla nuova normativa vo0luta dal governo Meloni. Sono sei i nominativi nel registro: si tratta di quattro operatori dell’ambulanza e dei due poliziotti intervenuti, del commissariato Bolognina Pontevecchio.
Il legale: “Non indaghi la stessa polizia”
Sul frante delle indagini, però, la famiglia chiede che non sia la stessa polizia a essere delegata svolgere gli accertamenti. “Con questo caso spero di non rivedere un film già visto con Magrini e Aldrovandi. Ma le indagini sull’attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un Corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte”, sottolinea l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir. Anselmo ha anche annunciato che il professore Vittorio Fineschi della Sapienza di Roma sarà nominato come medico legale di parte nella vicenda Fakir.
L’iscrizione
Gli accertamenti “terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti (di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, pure acquisito da quest’ufficio) e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario”, spiega intanto una nota firmata dal procuratore di Bologna Paolo Guido. Nel contesto dell’iscrizione nel registro per le annotazioni preliminari, previsto dalle nuove norme del decreto sicurezza, “saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi (e previsti dalla normativa di recente entrata in vigore) alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti”.
Non ci sono persone formalmente indagate. Si tratta di un passaggio tecnico che consente agli investigatori di procedere con gli accertamenti necessari per ricostruire quanto accaduto durante le diverse fasi dell’intervento, individuando eventuali profili di rilievo penale solo al termine delle verifiche. Al centro dell’inchiesta ci sono innanzitutto le immagini. La Procura acquisirà e analizzerà tutti i filmati disponibili: dalle bodycam degli agenti intervenuti alle riprese realizzate dai presenti, fino al video diffuso dai familiari della vittima. L’obiettivo è ricostruire la sequenza completa degli eventi, andando oltre i frammenti circolati sui social e chiarendo cosa sia accaduto prima, durante e dopo il momento del contenimento.
Si procede per omicidio colposo
Si procede per il reato di omicidio colposo, anche in vista degli accertamenti che saranno disposti. Non sono invece iscritti altri cittadini che si vedono nella scena, nel filmato girato da un residente. I poliziotti avrebbero segnalato un uomo alle prese con una crisi psichiatrica. Poco prima gli agenti erano stati chiamati da residenti, per la segnalazione di un uomo in escandescenza che se la sarebbe presa con il conducente di un’auto che stava entrando in un garage.
Le condizioni e il racconto degli amici
Anche le condizioni di salute della vittima – e il motivo del suo stato di alterazione – saranno oggetto degli approfondimenti. Secondo quanto riferito dai familiari e da alcune persone che lo conoscevano, Fakir soffriva di problemi cardiaci e di asma ed era già stato ricoverato in passato. Gli accertamenti medico-legali dovranno stabilire se eventuali patologie pregresse abbiano avuto un ruolo nella morte. E le indagini accertare se il 42enne fosse agitato perché si sentiva male e non era in grado di chiedere aiuto. Uno stato di agitazione dovuto appunto all’impossibilità di chiedere soccorso. Gli amici parlano di “un bravissimo ragazzo, lavorava, veniva da una buona famiglia. Magari ieri ha avuto un momento di delirio, questo può succedere, ma non era il modo giusto di trattare una persona. Non era un cane”. L’amico riferisce anche che Fakir soffriva di asma: “Era un ragazzo asmatico, stava male e chiedeva aiuto dicendo ‘non respiro'”.
Anche Antonietta Enacca, che dice di conoscere Fakir da 26 anni, lo descrive come “un ragazzo educato, tranquillissimo, un lavoratore”. “Quando mi hanno raccontato che ieri era fuori di sé ci sono rimasta, perché io l’ho sempre conosciuto in tutt’altro modo. Può darsi che fosse alterato, che urlasse, che avesse bevuto un po’. Ma questo non cambia nulla: potevano chiamare subito l’ambulanza, non trattarlo in quel modo”. Secondo Enacca, l’uomo “non era una persona violenta”. “Magari ha avuto un momento difficile, nella vita può capitare. Ma quando una persona è a terra e chiede aiuto bisogna soccorrerla”. La donna invita inoltre a guardare i filmati circolati sui social, sostenendo che “si vede chiaramente che chiedeva aiuto”.
La ricostruzione della Procura dovrà quindi intrecciare più elementi: la dinamica dell’intervento di polizia, le modalità del contenimento, i tempi dell’arrivo dei soccorsi, le condizioni fisiche dell’uomo e il contenuto delle immagini acquisite. La priorità degli investigatori è ricomporre quei minuti finali della vita di Abderrahim Fakir sulla base di dati completi e verificabili, in attesa che gli accertamenti tecnici chiariscano cosa sia realmente accaduto in via Svevo.
La Croce Rossa: “Feriti dagli attacchi”
“Scatenato dai social, c’è un attacco verso un’istituzione che per suo principio soccorre indiscriminatamente tutti i cittadini. Questo ci ferisce e ferisce i soccorritori, che oggi vengono additati come persone che non hanno fatto il loro dovere”, afferma la Croce Rossa di Bologna all’Ansa. L’istituzione respinge le accuse circolate sui social network nei confronti dei soccorritori e ribadendo di aver operato nel rispetto delle procedure. L’associazione precisa che i quattro operatori del 118 presenti sul posto erano pronti a intervenire, ma che non potevano farlo mentre erano ancora in corso le operazioni di polizia. “Erano lì, in attesa di poter intervenire. Non è pensabile che potessero farlo su un soggetto che in quel momento era sotto le mani delle forze dell’ordine. Quando ci è stato concesso farlo, siamo intervenuti”, sottolinea la Croce Rossa.
In una nota, la Croce Rossa Italiana esprime inoltre il proprio cordoglio alla famiglia di Abderrahim Fakir e assicura la piena collaborazione con gli inquirenti. “Siamo a completa disposizione dell’autorità giudiziaria per contribuire a fare piena chiarezza su quanto accaduto“. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, sulla base delle prime informazioni raccolte, l’equipaggio della Croce Rossa in servizio per il 118, una volta concluso l’intervento degli agenti di polizia, ha immediatamente valutato le condizioni cliniche dell’uomo, iniziando le manovre di rianimazione cardiopolmonare, proseguite fino all’arrivo dell’automedica, che ha successivamente constatato il decesso.