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“Un uomo dal cuore buono morto nella mani dello Stato”, l’avvocata di Abderrahim Fakir: “Era gentile. Un lavoratore in regola”

Bologna - Una descrizione quella della legale che si aggiunge a quella già fornita dai familiari, che dopo la tragedia lo avevano definito "un bonaccione", una persona che "non avrebbe fatto mai del male a nessuno". Un uomo arrivato in Italia da bambino, cresciuto a Bologna e inserito nella comunità, che lavorava in una ditta di facchinaggio occupandosi di organizzazione della logistica e dei traslochi
“Un uomo dal cuore buono morto nella mani dello Stato”, l’avvocata di Abderrahim Fakir: “Era gentile. Un lavoratore in regola”
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“Era una persona estremamente gentile, educata, rispettosa. Un lavoratore che si preoccupava della sua azienda e dei suoi dipendenti. È l’ultimo dei miei assistiti per cui avrei immaginato una fine del genere”. È il ritratto di Abderrahim Fakir morto durante un intervento della Polizia al Pilastro a Bologna – tracciato dall’avvocata Barbara Spinelli, che seguiva il 42enne, in un post su Facebook. Una descrizione che si aggiunge a quella già fornita dai familiari, che dopo la tragedia lo avevano definito “un bonaccione”, una persona che “non avrebbe fatto mai del male a nessuno“. Un uomo arrivato in Italia da bambino, cresciuto a Bologna e inserito nella comunità, che lavorava in una ditta di facchinaggio occupandosi di organizzazione della logistica e dei traslochi.

Spinelli racconta di aver conosciuto Fakir alla fine dello scorso anno, quando lo aveva assistito per la riconferma del permesso di soggiorno. “Lui era già perfettamente in regola, si trattava semplicemente della riconferma del permesso di soggiorno. Viveva regolarmente in Italia fin da bambino”, spiega la legale, definendolo “una di quelle persone oggi sempre più rare”. “Pur avendo il mio numero personale per le emergenze non ha mai fatto pressioni, né chiamato fuori orario. Quando mi chiedeva di sollecitare il procedimento lo faceva sempre con grande educazione, spiegando le sue ragioni, ringraziando. Modi che oggi sono quasi desueti”, racconta ancora la legale.

Secondo Spinelli, Fakir era “un uomo dal cuore buono”, con un forte senso di responsabilità. “Aveva un’attività lavorativa, dei dipendenti e parlava come il buon padre di famiglia, anche se non aveva figli. Era preoccupato per il futuro della sua azienda e per le persone che lavoravano con lui”. Negli ultimi mesi, racconta la legale, il 42enne aveva manifestato anche una particolare preoccupazione legata alle nuove norme europee sull’immigrazione. “Aveva una paura immotivata di essere mandato via dall’Italia. Io cercavo di rassicurarlo: gli dicevo che era l’ultima persona che avrebbe dovuto avere paura, perché aveva tutti i documenti in regola”.

La legale chiede rispetto: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro. Si chiede a una donna stuprata come era vestita quando è stata aggredita, o cosa ha fatto per provocare lo stupratore? NO – scrive ancora Spinelli -. Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino”.

L’intervento dell’avvocata prosegue ponendo ulteriori domande: “Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia. Lasciate fare i processi nelle aule dei tribunali e lottate per una giustizia giusta per tutt@, dalla fase cautelare a quella esecutiva. Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso”.

Ora, però, il punto centrale resta la ricostruzione di quanto accaduto in via Svevo. La Procura di Bologna sta acquisendo tutte le immagini disponibili: le registrazioni delle bodycam degli agenti intervenuti, il video realizzato dai familiari e diffuso online e gli altri filmati realizzati dai testimoni presenti nella zona. Proprio il quadro completo delle immagini potrebbe essere decisivo per ricostruire la sequenza dei fatti: cosa è accaduto prima dell’arrivo degli agenti, quali siano state le fasi dell’intervento e cosa sia successo negli ultimi minuti di vita dell’uomo. I video già circolati in rete mostrano soltanto una parte dell’episodio e gli investigatori stanno lavorando per inserirli in un contesto più ampio. Il 42enne prima di morire diceva: “Aiuto, basta”. Quando l’automedica è arrivata sul posto l’uomo era spirato.

Sul fronte medico, gli accertamenti dovranno chiarire anche il ruolo delle condizioni di salute di Fakir. Secondo quanto riferito da familiari e conoscenti, il 42enne soffriva di problemi cardiaci e di asma ed era già stato ricoverato in passato. Alcune persone vicine a lui hanno ipotizzato che lo stato di agitazione e le richieste di aiuto potessero essere legate anche a una difficoltà respiratoria o a una crisi fisica. Saranno però gli esami medico-legali a stabilire le cause del decesso. La vicenda resta dunque affidata agli accertamenti della magistratura, mentre anche l’Ausl di Bologna ha avviato un’indagine interna per verificare le modalità dell’intervento sanitario. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire con precisione ogni passaggio, attraverso immagini, testimonianze ed elementi tecnici, per arrivare alla verità su quei minuti che hanno portato alla morte di Abderrahim Fakir.

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