"Sono caduto in una trappola a pagamento" - 2/3
L’autore stesso ammette di essere caduto nella trappola: ha scaricato un’app “per cervelli ADHD” a pagamento, sostenendola con entusiasmo per un paio di giorni, salvo dimenticarsene completamente una settimana dopo, un episodio che lui stesso legge come ironico, ma che apre la domanda più seria: quanto c’è di reale, dietro l’ondata di autodiagnosi social?
Interpellato sul tema, Henry Shelford di ADHD UK invita a non dare tutta la colpa ai social media: il problema più profondo, spiega, è un sistema sanitario incapace di reggere il passo con la domanda di valutazioni — in un anno le persone in attesa di diagnosi senza alcun contatto con i servizi sanitari sono quasi raddoppiate, da 79.000 a 148.000. Secondo lui, l’impennata riflette decenni di sotto-diagnosi che finalmente emergono, più che una moda passeggera.
Di parere diverso la dottoressa Chetna Kang, psichiatra al Nightingale Hospital di Londra, che osserva come l’ADHD venga oggi sempre più raccontato online come un’identità, se non un “superpotere”, con l’accento sulla creatività e il successo imprenditoriale, mentre gli aspetti realmente invalidanti del disturbo restano in ombra. Ricorda inoltre che sintomi simili — difficoltà di concentrazione, procrastinazione, disorganizzazione — possono derivare anche da stress, ansia o depressione, ed è per questo che una diagnosi seria richiede tempo, contesto e valutazione specialistica.
Ciò che la preoccupa di più, però, è un cambiamento a monte: sempre più pazienti non arrivano più in studio per capire cosa non va, ma già convinti di saperlo, un’autodiagnosi che spesso si accompagna all’illusione di sapere anche come curarsi da soli, con casi di persone che assumono farmaci di amici o acquistano stimolanti online prima ancora di una valutazione formale.