“In Italia risposta agli incendi interventistica, ma servono prevenzione e gestione del territorio. In caso di rogo no a fughe senza istruzioni”: parla l’esperto
“Non c’è dubbio: il limite più grande della nostra risposta agli incendi sta nel fatto che si tratta di un approccio troppo sbilanciato sulla lotta attiva, interventistico. Non a caso molte regioni hanno il settore antincendi boschivi all’interno della protezione civile, per sua natura è una sezione operativa legata alle gestione delle emergenze. Invece servirebbe un approccio che investa nella prevenzione e gestione del territorio, prima della stagione degli incendi, non durante. Purtroppo, la scarsa gestione forestale fa sì che l’accumulo di biomassa e necromassa, unito alle condizioni meteo, renda gli incendi sempre più difficilmente gestibili, talvolta nessuna flotta aerea è in grado di spegnerne l’intensità”. È preoccupato Luca Tonarelli, dottore forestale, dal 2007 Direttore tecnico del centro di addestramento antincendi boschivi della Regione Toscana e Analista AIB (Anticendi Boschivi), che pure ammette che la tecnologia ci aiuta molto, “oggi le previsioni meteo sono in grado di prevedere non solo le variabili classiche, vento, umidità, temperatura, piogge, ma anche lo strato verticale dell’atmosfera, quindi le correnti ascensionale e la forza e l’intensità degli incendi”.
Può spiegarci anzitutto come funziona in Italia la risposta gli incendi?
La legge 353 del 2000 (e le sue successive modifiche) rappresenta la legge quadro sugli incendi boschivi e attribuisce alle regioni la competenza di prevenzione e lotta. Le regioni si possono appoggiare in parte o totalmente al corpo nazionale dei Vigili del fuoco, ma con convenzioni onerose, oppure ai carabinieri forestali, ma solo per quel che riguarda la ricerca delle cause e la perimetrazione degli incendi, infine con il comune per catasto degli incendi. Poi si appoggiano al proprio personale, a quello dei comuni e delle unioni dei comuni delle comunità montane, ai consorzi forestali e non ultimo certamente al mondo del volontariato.
Lei auspica una prevenzione prima della stagione estiva. In che modo?
Come dicevo, bisogna individuare in anticipo gli scenari degli incendi pericolosi, ridurre le continuità di vegetazione nei punti strategici, pianificare e sostenere l’agricoltura, sostenere il pascolo, sostenere la selvicoltura attiva, utilizzare il fuoco prescritto, coinvolgere i cittadini nella prevenzione e renderli consapevoli. Un lavoro estremamente faticoso e anche costoso ma molto meno della lotta attiva e del post incendio: il rapporto è calcolato come uno a otto. Eppure per trovare le risorse per la prevenzione si fa fatica, basti pensare all’ultima Legge 155 del 2021 che aveva trovato per il primo triennio (2022-24), 20, 40 e 60 milioni di euro per la prevenzione e già erano pochi: quel triennio di finanziamento è già finito. Tra l’altro gli interventi forestali possono richiedere anni.
In questo momento che situazione c’è in Italia?
Siamo ancora nella fase iniziale della campagna antincendi boschivi del 2026 e già si vedono alcune criticità: nonostante le piogge, ci sono già regioni che soffrono, questo perché purtroppo le piogge sono sempre più concentrate in poche giornate e questo al bosco fa tantissima differenza. Comunque, la situazione varia da regione a regione, va peggio soprattutto al nord, ad esempio in Piemonte ma anche in Friuli ci sono stati incendi non tipici di questa regione. Per non parlare della mia regione, la Toscana, che ad aprile ha perso 600 ettari sul Monte Faeta, un incendio che non si registrava in quel periodo dal 1970. Tuttavia, non si possono ancora fare bilanci.
Può spiegarci il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici relativo al rischio incendio che avete proposto alla Regione Toscana?
È uno studio che Regione Toscana ha voluto: un piano decennale che mira attraverso lo studio e la ricerca a trovare delle strategie che mirino a diminuire il pericolo e il rischio, basandosi su diversi indicatori, in base ai quali si organizzano le cinque fasi della gestione del rischio incendi: previsione, prevenzione, preparazione, lotta attiva e post incendio. Poi si cerca di trovare quelle che potranno essere le possibili strade per attenuare questo rischio: soprattutto preparare il territorio agli incendi futuri, causati anche da una mala gestione del territorio con l’abbandono di zone agricole, dei pascoli, del mosaico agrosilvopastorale, che più di tutti era la cosa che preveniva i grandi incendi, con lo spopolamento della montagna. Si tratta di un approccio scientifico su cui appoggiarsi che può, attraverso scenari operativi condivisi, trovare le migliori soluzioni. Con il cambiamento climatico, comunque, l’obiettivo non è più di eliminare ogni incendio boschivo ma lottare contro gli incendi distruttivi: imparare a convivere con il fuoco, mantenerlo nel paesaggio in modo che sia poco intenso e limitare tutte quelle condizioni che permettono lo sviluppo di eventi estremi.
Da ultimo, cosa dovremmo fare in caso di incendio?
Come dimostra quanto accaduto in Spagna, una scena che abbiamo già visto e vedremo in futuro, spesso la fuga è la scelta migliore. Fuga che non è l’evacuazione: in un incendio boschivo generalmente e ci sono istruzioni che possono venire dal sindaco, dall’autorità di protezione civile, dai vigili del fuoco, in altre parole è una misura pianificata, è un allontanamento sicuro; la fuga invece è qualcosa che le persone mettono in pratica in assenza di chiare istruzioni, quando ormai il fuoco è alle porte e il panico sale, ma è quasi sempre sempre pericolosa perché si prendono strade che possono incrociare l’incendio. Sarebbe sempre opportuno in assenza di certezze rimanere dentro l’abitazione, dove l’impatto col fuoco è sempre minore. Certo ogni incendio è diverso, ma – ripeto – il confinamento nel dubbio è sicuramente la scelta più saggia, soprattutto quando la struttura in cui si è non è una struttura di legno o fatta con materiali altamente infiammabili.