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Gioielliere condannato: sentenza giusta, ma la grazia non sarebbe uno scandalo

Mario Roggero oggi ha 72 anni. Ha subito ripetute rapine, in una condizione di esasperazione che nessuna sentenza può ignorare sul piano umano, pur senza assolverla sul piano giuridico
Gioielliere condannato: sentenza giusta, ma la grazia non sarebbe uno scandalo
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La condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi del gioielliere Mario Roggero ha riacceso, come era inevitabile, il dibattito sui confini della legittima difesa e sulla sicurezza dei cittadini di fronte alla criminalità. Sui social è già partita la sentenza alternativa: lo Stato protegge i delinquenti, chi si difende finisce in carcere, i giudici vivono fuori dalla realtà. È uno schema collaudato, che funziona sempre, in particolare in questa contingenza storica, perché parla alla pancia del Paese. Ma è anche uno schema profondamente sbagliato.

Comprendere umanamente un uomo che ha già subito delle rapine, che ha vissuto nella paura e che ha reagito in una situazione drammatica è doveroso. Assolverlo contro la legge è un’altra cosa. E proprio qui sta il punto che troppi fingono di non vedere.

La legittima difesa non è un premio per la vittima. Non è una licenza di uccidere chi ha appena commesso un reato. Non è la legittimazione della vendetta. È una causa di giustificazione del reato, rigorosamente delimitata dal codice penale i cui presupposti di applicazione peraltro sono già stati ampliati nel 2019. Esiste finché esiste un pericolo attuale. Quando il pericolo finisce – come acclarato nel caso Roggero – finisce anche la possibilità di invocarla. Se così non fosse, il diritto cesserebbe di essere diritto e diventerebbe la certificazione della giustizia privata e dell’istinto di vendicarsi del torto subito. È una distinzione che può apparire fredda, ma è la colonna portante dello Stato di diritto. Lo Stato moderno nasce proprio nel momento in cui sottrae ai cittadini il potere di punire. La vittima non può trasformarsi in giudice ed esecutore della pena. Se accadesse, torneremmo alla legge del più forte e al Far West.

La sentenza definitiva non dice che Mario Roggiero è un assassino nel senso comune del termine. Non lo equipara a un criminale abituale. Non cancella il trauma delle rapine subite. Dice una cosa molto diversa, ma decisiva: anche chi è vittima di un gravissimo reato può commettere, a sua volta, un omicidio se reagisce quando la situazione di pericolo non giustifica più l’uso della forza letale. È una conclusione dura? Certamente. Era giuridicamente evitabile? Francamente no.

Chi sostiene che i giudici avrebbero dovuto assolvere dimentica un principio elementare: il magistrato non decide secondo il proprio sentimento di giustizia, ma secondo la legge. L’articolo 101 della Costituzione afferma che il giudice è soggetto soltanto alla legge. Non all’emozione collettiva, non ai sondaggi, non ai titoli dei talk show. Assolvere in nome della “comprensione” avrebbe significato fare ciò che a parole molti contestano ai magistrati: inventare il diritto o meglio far propria un’interpretazione creativa della legittima difesa, costruita per soddisfare una richiesta sociale anziché rispettare il testo della norma. E quando un giudice smette di applicare la legge per sostituirla con la propria idea di giustizia, il problema non è più quella sentenza. Il problema diventa lo Stato di diritto.

Anche sulla pena è necessario abbandonare gli slogan. Quindici anni e nove mesi possono apparire tanti. Ma i giudici hanno applicato il minimo consentito dal sistema, tenendo conto delle attenuanti concedibili in relazione ai reati contestati (duplice omicidio e tentato omicidio aggravati). Non c’è stato alcun accanimento. C’è stata l’applicazione delle regole che il Parlamento ha scritto e che i magistrati hanno il dovere di rispettare, non di riscrivere. Tutto questo, però, non esaurisce il problema. Perché il diritto conosce anche la clemenza. E sarebbe un errore confondere la fermezza della condanna con l’obbligo di eseguire integralmente una pena senza considerare la particolarità del caso concreto.

Mario Roggero oggi ha settantadue anni. Ha agito dopo avere subito ripetute rapine, vivendo una condizione di esasperazione che nessuna sentenza può ignorare sul piano umano, pur senza assolverla sul piano giuridico. Qui entra in gioco un istituto che troppo spesso viene evocato solo per ragioni politiche e quasi mai nella sua autentica funzione costituzionale: la grazia del Presidente della Repubblica, che potrebbe essere concessa anche per estinguere la pena in misura parziale, in modo da farla rientrare nei limiti necessari per consentire al condannato di usufruire di una misura alternativa della pena, in relazione alla sua condizione soggettiva.

Non sarebbe uno scandalo. E non sarebbe una sconfessione della magistratura. Al contrario. La grazia presuppone che la condanna sia giusta. Se la sentenza fosse sbagliata, esisterebbero altri strumenti per correggerla. La clemenza interviene proprio quando la responsabilità è stata accertata, ma l’esecuzione della pena rischia di non cogliere più il giusto equilibrio tra repressione e umanità.

Sarebbe una scelta coerente con la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Perché una pena non è giusta soltanto quando è proporzionata al fatto. Deve esserlo anche rispetto alla persona che la subisce e alle circostanze eccezionali in cui il fatto è maturato.

La vera sfida è tutta qui. Difendere senza esitazioni il principio secondo cui la legittima difesa non può trasformarsi in vendetta. Rifiutare con la stessa fermezza la deriva della giustizia fai da te. Ma, nello stesso tempo, riconoscere che esistono vicende nelle quali la rigidità della legge può essere temperata dalla pietà. Chi invoca l’assoluzione chiede ai giudici di violare la legge. Chi rifiuta perfino l’idea della grazia dimentica che uno Stato democratico non vive soltanto di codici, ma anche di umanità. La forza del diritto non sta nell’essere inflessibile a ogni costo. Sta nel sapere essere rigoroso quando applica la legge e, quando la legge lo consente, capace anche di clemenza.

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