La biodiversità non è uno sfondo decorativo, né un concetto astratto da evocare nei convegni per fare retorica verde. È una complessa, silenziosa e delicatissima rete di relazioni biologiche che garantisce la stabilità dei nostri ecosistemi, oggi messi a dura prova dall’accelerazione della crisi climatica globale. In questo scenario, comprendere per poter conservare diventa l’unico paradigma d’azione efficace. Una necessità emersa con forza a Belluno durante la prima edizione del Dolomia Biodiversity Award, il premio nazionale promosso dal brand Dolomia di Unifarco in collaborazione con il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, nato proprio per dare spazio e sostegno economico alle tesi di laurea magistrale e di dottorato più innovative dedicate alla tutela ambientale. Le quaranta candidature giunte da atenei di tutta Italia testimoniano la vitalità di una nuova generazione di scienziati che, lontano dai riflettori, lavora per mappare, catalogare e difendere il capitale naturale del nostro Paese.
La genomica delle specie minacciate: conservare la flora d’alta quota
Il lavoro sul campo e la genetica molecolare rappresentano i due binari su cui si muove la moderna biologia della conservazione. Nella categoria dedicata alle Tesi Magistrali, il primo premio è andato a Francesca Moret (Università degli Studi di Padova), autrice di uno studio focalizzato sulle strategie di conservazione in situ ed ex situ di tre specie vegetali a rischio estinzione. La sua ricerca ha dimostrato come la tutela della flora minacciata non possa più basarsi solo sulla protezione passiva delle aree naturali, ma richieda un’integrazione sistematica con la coltivazione e la riproduzione in ambienti controllati, per garantire una banca genetica contro il rischio di estinzione locale.
Sempre sul fronte vegetale, ma a livello di dottorato, il riconoscimento principale è stato assegnato a Sara Villa (Università degli Studi di Milano) per una complessa ricerca sulla genomica di popolazione, la distribuzione e l’ecologia riproduttiva della Campanula raineri, una specie casmofita steno-endemica italiana (ovvero una pianta che vive esclusivamente nelle fessure delle rocce in un’area geografica estremamente ristretta). Lo studio di Villa permette di comprendere come i cambiamenti climatici stiano frammentando le popolazioni di questa pianta, riducendone la variabilità genetica e mettendone a rischio la sopravvivenza sul lungo periodo.
Monitoraggio faunistico e l’approccio “One Health”
La tutela della biodiversità animale richiede strumenti di monitoraggio sempre più sofisticati per interpretare i flussi e le criticità delle popolazioni in contesti complessi come quello alpino. Tra le menzioni speciali della sezione magistrale spicca il lavoro di Gaia Butini (Università degli Studi di Trieste), incentrato sull’ottimizzazione dei protocolli di monitoraggio multi-specie per i mammiferi degli ambienti montani, una ricerca fondamentale per standardizzare il rilevamento della fauna e supportare le decisioni gestionali dei parchi naturali.
Un approccio innovativo e di grande attualità è quello proposto da Rossella Tiritelli (Università degli Studi di Parma), che ha ricevuto una menzione speciale applicando la filosofia One Health — che lega indissolubilmente la salute umana, animale e ambientale — allo studio degli apoidei (la superfamiglia di insetti che comprende le api). La ricerca di Tiritelli ha analizzato i fattori ecologici e sociali che regolano la trasmissione interspecifica di microorganismi patogeni tra questi impollinatori, evidenziando come la perdita di biodiversità floreale e l’alterazione degli habitat facilitino la diffusione di malattie tra specie diverse, minacciando la stabilità dell’intero servizio ecosistemico dell’impollinazione.
I licheni delle Dolomiti e la vita microscopica dei ghiacciai in ritiro
Una delle sezioni più significative del premio, intitolata alla Biodiversità Dolomitica, ha voluto accendere i riflettori su quegli organismi spesso invisibili ma essenziali per l’equilibrio ecologico, come i licheni e la micro-fauna delle aree proglaciali. Il premio di questa categoria è andato a Luana Francesconi (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), autrice di una tesi dal titolo fortemente evocativo: “Revealing hidden biodiversity before losing it: the lichens of the Dolomites and the challenge of global change”. Francesconi ha documentato la straordinaria ma silenziosa biodiversità dei licheni dolomitici, organismi pionieri estremamente sensibili alla qualità dell’aria e alle variazioni termiche, che rischiano di scomparire a causa del riscaldamento globale prima ancora di essere stati completamente censiti e studiati.
Un ecosistema altrettanto fragile e in rapida transizione è quello analizzato da Ivan Petri (Università degli Studi di Milano), che ha ricevuto una menzione speciale per il suo studio sull’artropofauna (insetti, ragni e altri piccoli invertebrati) delle piane proglaciali dei ghiacciai della Fradusta, in Trentino, e della Sforzellina, in Lombardia. Con il progressivo ritiro dei ghiacci montani, queste aree liberate diventano laboratori biologici in cui nuove specie tentano di colonizzare il suolo vergine, offrendo agli scienziati indicatori precisi sulla rapidità della crisi climatica in atto.
La necessità di finanziare la ricerca scientifica sul campo
La prima edizione del Dolomia Biodiversity Award ha dimostrato che la tutela dell’ambiente non può prescindere da un investimento strutturato sulla ricerca accademica e sul talento dei giovani studiosi. Il presidente onorario di Unifarco e presidente della giuria, Ernesto Riva, ha sottolineato l’importanza del legame tra conoscenza e conservazione del territorio: “Viviamo in un territorio straordinario, in cui la natura non è solo paesaggio, ma responsabilità. Con il Dolomia Biodiversity Award vogliamo sostenere chi sceglie di dedicare studio, metodo e passione alla conoscenza del vivente. La biodiversità è un patrimonio fragile, ma anche una grande occasione culturale: comprenderla significa imparare a custodirla“.
Un concetto ribadito da Romina Dal Vecchio, direttrice marketing di Unifarco, che ha definito la biodiversità “una responsabilità che nasce dal territorio e torna al territorio”, evidenziando la necessità per il mondo industriale di fare da ponte con la ricerca scientifica. Infine, il commissario straordinario dell’Ente Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, Ennio Vigne, ha ricordato la vocazione dell’area protetta come “luogo di tutela, ricerca e divulgazione”, rimarcando come la conoscenza prodotta da queste tesi rappresenti uno strumento concreto per pianificare le future politiche di conservazione in un momento storico in cui la tutela della natura alpina non è più rimandabile.