Perché questo continuo gioco di specchi tra fascismo e comunismo è inaccettabile
di Massimo Santantonio
Questo continuo gioco di “specchio riflesso” tra fascismo e comunismo è inaccettabile. Il fascismo ha fatto ciò che è sancito dalla storia: un regime criminale, nato dalle ronde che, nell’interesse dei latifondisti, colpivano quanti si ribellavano alle loro condizioni di lavoro. Un regime che ha fatto assurgere a principi fondanti le pulsioni più basse presenti negli individui e nella società, come l’intolleranza per le idee diverse e le minoranze, il dominio di una ‘razza’ sulle altre, dell’uomo sulla donna, il culto dell’uomo forte, possibilmente cristiano e guerriero.
Stereotipi che generano slogan tipo “dio, patria e famiglia”. E il classico “me ne frego”, che non vuole mai dire ribellarsi a una legge, una regola, una consuetudine ingiusta, ma significa invece “faccio i miei personali interessi perché come individuo mi pongo al di sopra degli altri”. Perfettamente fascista. Tutti capisaldi atti a promuovere il servilismo e la delazione, l’individualismo senza scrupoli, e la violenza sino alla guerra. Il prof. Montanari ha definito fascismo e nazismo “fogna della storia”. Vannacci si è orgogliosamente autodefinito come “feccia”. Parole, e ammissioni, severe ma sacrosante.
Anche nel dopoguerra i fascisti hanno continuato a tramare e uccidere, dai tentativi di colpo di stato (“Golpe Borghese”) all’ideazione ed esecuzione di stragi con la “strategia della tensione”, allo squadrismo che partiva negli anni ’70 dalle sedi dell’Msi, magari anche inclusa a Roma quella culla di dibattito esaltata dalla nostra premier.
I comunisti in Italia hanno accettato le regole democratiche, contribuito con esponenti illustri – alcuni dei quali perseguitati durante il fascismo e protagonisti della lotta armata contro di esso – a scrivere la Costituzione. Sono stati, e non parlo solo degli iscritti al Partito Comunista, protagonisti di battaglie sociali per la democrazia e l’uguaglianza, contro lo sfruttamento dei lavoratori, per i diritti civili, contro la mafia (vedi Peppino Impastato e tanti sindacalisti). Con una storia come quella dell’Italia, è giusto che “fascista” sia un insulto e “comunista” un complimento.
In una fase storica come quella che stiamo vivendo, in cui il capitalismo esasperato ha condotto a disuguaglianze economiche semplicemente pazzesche, e in cui i governanti pretendono sempre di più che queste si traducano anche nel non essere uguali davanti alla legge, da Berlusconi a Trump, è incredibile come il termine “comunista”, che rappresenta esattamente l’antitesi a queste intollerabili storture, debba essere accantonato anche da parte di quanti si sono formati politicamente in quel bacino di idee. Incredibile.
E invece gli ideali di eliminazione dello sfruttamento dei lavoratori (dai braccianti immigrati che arricchiscono i proprietari terrieri italiani ai giovani laureati o con dottorato pagati da fame e costretti a emigrare) e di ribilanciamento delle disuguaglianze economiche, di uguaglianza di fronte alla legge, idee – da ridisegnare certamente nella realtà del Terzo Millennio – che hanno le loro origini nel pensiero di uomini colti e onesti, filosofi, economisti e non da squadracce di uomini rozzi e violenti, potrebbero condurre tanti giovani delusi a votare. Perché sono idee forti, identitarie, e portatrici di speranza.
Che ora il termine “comunismo” sia diventato un insulto da sdoganare è assurdo. Che mentre gli altri si chiamano tra loro orgogliosamente “camerati” nessuno voglia usare il termine “compagno” lo è altrettanto. Questo, veramente, è il mondo capovolto. Tirare fuori le degenerazioni tragiche come i gulag e lo stalinismo, senza ricordare che Berlinguer stesso fu preso di mira dai sovietici e rischiò la vita per il suo dissenso, non solo è idiota, ma antistorico.